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  • Maculive: esperti a confronto per parlare di retina e delle patologie che colpiscono la macula

    Maculive: esperti a confronto per parlare di retina e delle patologie che colpiscono la macula

    maculopatiaMilano, 6 marzo 2015 – Sono oltre 150 gli oftalmologi e gli esperti riuniti oggi a Milano alla terza edizione dell’evento “Maculive” per parlare di retina e delle patologie che colpiscono la macula, porzione responsabile della visione distinta. Organizzato da Novartis, l’incontro si propone di discutere l’attuale scenario clinico terapeutico e le prospettive future, con un approccio multidisciplinare, al fine di garantire una terapia sempre più individualizzata per una sempre più efficace gestione del paziente affetto da patologie retiniche.

    [easy_ad_inject_1]Il Convegno sarà anche l’occasione per parlare di edema maculare diabetico (DME), una complicanza della retinopatia diabetica, che costituisce la causa più comune di perdita della funzione visiva e rappresenta nei Paesi industrializzati la principale causa di cecità in età lavorativa. Nel nostro Paese sono circa 3 milioni gli italiani con diabete (tipo 1 e 2): circa il 40% è affetto da una forma di retinopatia. L’80-90% dei pazienti con diabete di tipo 1 sviluppa almeno una forma di retinopatia; di questi, il 30-40% può sviluppare la forma proliferante, che può danneggiare non solo la retina ma tutto l’occhio. Nei pazienti con diabete di tipo 2, benché la prevalenza della retinopatia sia più bassa, circa il 30-40%, le complicanze retiniche sono più gravi perché si sviluppa principalmente edema maculare.

    Ranibizumab è il primo farmaco anti-VEGF autorizzato e rimborsato per il trattamento della perdita della vista dovuta a DME in Italia. Nelle patologie maculari secondarie a diabete, ha dimostrato un’efficacia superiore ai trattamenti in precedenza ritenuti lo standard terapeutico (laser e cortisonici).

    In particolare, nell’edema maculare diabetico, ranibizumab ha dimostrato un’efficacia significativamente superiore rispetto alla terapia standard con un’azione rapida e mantenuta nel trattamento a lungo termine. Lo studio clinico RESTORE ne ha dimostrato la superiorità rispetto alla terapia laser, l’attuale standard di riferimento: i pazienti trattati solo con ranibizumab hanno guadagnato in media 6,8 lettere in 12 mesi rispetto all’inizio del trattamento, mentre i pazienti trattati con ranibizumab in associazione al laser hanno guadagnato nello stesso periodo di trattamento in media 6,4 lettere, e quelli del gruppo trattato con il laser solo 0,9 lettere. Nell’estensione a tre anni dello studio RESTORE si è osservato che i pazienti trattati con ranibizumab hanno mantenuto l’acuità visiva guadagnata nel primo anno con una media di 3,7 iniezioni nel secondo anno e 2,7 iniezioni nel terzo anno (1-2).

    Ma dove sta andando l’oftalmologia? Quali le più importanti novità in questo ambito?

    A fronte dei numerosi dati che confermano l’efficacia e il profilo di tollerabilità di ranibizumab e per migliorare ulteriormente l’efficienza nella pratica clinica, durante il Convegno verranno presentate anche le ultime novità sul farmaco: la formulazione in siringa pre-riempita e l’aggiornamento dello schema posologico, entrambi di recentissima approvazione, e l’innovativa pipeline che caratterizzerà la ricerca dei prossimi anni del piano OftAlliance. Nello specifico, il nuovo device che contiene una soluzione di farmaco pronta all’uso, grazie alle sue innovative caratteristiche tecniche, consente non solo una maggiore precisione dell’iniezione, ma anche la potenziale riduzione del rischio di eventi avversi correlati alla sterilità.
    L’introduzione della siringa pre-riempita si accompagna anche ad un cambio significativo nello schema posologico di ranibizumab che, primo tra i farmaci anti-VEGF, consente di individualizzare la terapia lasciando il monitoraggio e la decisione di ri-trattare a totale discrezione del medico, sulla base dell’andamento della patologia nel singolo paziente, avendo così la possibilità di modulare la terapia nelle varie indicazioni per puntare alla migliore risposta terapeutica per ogni singolo paziente.

    Ranibizumab è il primo anti-VEGF approvato e rimborsato per cinque patologie retiniche: degenerazione maculare neovascolare legata all’età in forma umida (wAMD), diminuzione visiva causata da edema maculare diabetico (DME) e da occlusione venosa retinica sia centrale (CRVO) sia di branca (BRVO), e neovascolarizzazione coroideale secondaria a miopia patologica (mCNV). Ranibizumab è al momento l’unico formulato in siringa pre-riempita e il primo a permettere la completa personalizzazione del trattamento fin dal primo anno di terapia.

  • L’Alzheimer può essere diagnosticato con un test della retina.

    L’Alzheimer può essere diagnosticato con un test della retina.

    Un semplice test della retina potrebbe bastare ad individuare la malattia di Alzheimer.

    Alcuni scienziati australiani hanno infatti trovato tracce di proteina beta-amiloide, che forma anche grumi nel cervello, negli occhi delle persone con Alzheimer. Visite oculistiche regolari potrebbero dunque essere utilizzate in futuro per diagnosticare la fase iniziale del morbo di Alzheimer. Due differenti tecniche hanno dimostrato che un fattore di rischi della malattia può essere identificato nella retina e nel cristallino dell’occhio. Entrambi i metodi sono stati in grado di distinguere tra i pazienti a probabile rischio Alzheimer e volontari sani con un alto livello di precisione. La ricerca è ancora in fase iniziale ma questi primi risultati rappresentano un passo importante per diagnosticare precocemente l’Alzheimer. La diagnosi precoce del morbo di Alzheimer è essenziale per lo sviluppo di trattamenti efficaci volti ad alleviare i sintomi della malattia.

    Shaun Frost, dell’Australian Science Agency the Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation, che ha condotto uno degli studi, ha dichiarato che si prevede che questa tecnologia rappresenterà una schermata iniziale che andrà ad integrare quello che viene attualmente già utilizzato, come il PET imaging cerebrale, la RMN, e i test clinici.Se ulteriori ricerche dimostreranno che i risultati ottenuti sono corretti, in un prossimo futuro potrebbe bastare un semplice check-up dell’occhio di un individuo per diagnosticare il morbo di Alzheimer. L’elevato livello di risoluzione nostre immagini potrebbe anche consentire il monitoraggio accurato delle singole placche retiniche come possibile metodo da seguire per la terapia.

    I test oculari sfruttano il fatto che l’occhio è, in effetti, un’estensione del cervello. In entrambi gli studi, gli scienziati hanno cercato segni di beta-amiloide, che forma grumi nel cervello dei malati di Alzheimer, caratteristica fondamentale della malattia. Il team di scienziati australiano ha utilizzato la curcuma come ingrediente fluorescente che ha permesso la visualizzazione della proteina beta-amiloide di nella retina.