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Legambiente Abruzzo: l’Europa dichiari l’Adriatico bene comune

Pescara, 15 settembre 2014 – La morte dei tre capodogli di Vasto, tutte e tre femmine di cui una anche incinta, ci porta a riaffrontare la centralità della questione ambientale in Adriatico e la necessità di rilanciare la richiesta di una nuova assunzione di responsabilità da parte di tutti. In questo contesto la richiesta all’Europa dell’istituzione dell’area Adriatica, può dare un quadro di certezza e rafforzare le norme sugli interventi necessari per la tutela e la valorizzazione di questa grande risorsa.

Dopo un periodo di decadenza, guerre, marginalizzazioni e degrado ambientale, oggi c’è la possibilità di investire su un grande futuro per il bacino adriatico con la conquista di una nuova centralità, la valorizzazione dei tesori territoriali, ambientali ed economici presenti sulle sue coste. Da qui l’idea di una vera e propria vertenza ambientale dell’Adriatico, che affonda le sue radici nella storia di una civiltà che ha visto il mare come elemento comune delle popolazioni costiere.

Per realizzare tutto questo oggi è però necessario un impegno comune per poter iniziare la ricostruzione di una collaborazione importante fra tutti i Paesi costieri. A chiedere maggiori politiche di tutela per il nostro mare non sono soltanto le associazioni ambientaliste, ma anche le Regioni che su questo mare si affacciano, come ha dimostrato l’ultima Conferenza internazionale delle Regioni adriatiche e ioniche dal titolo “Salvaguardia delle coste delle Regioni del Mare Mediterraneo dall’estrazione di idrocarburi in mare”. Un appuntamento in cui è stato ribadito l’impegno a opporsi con ogni atto necessario alla ricerca e all’estrazione di idrocarburi liquidi nel mar Adriatico e più in generale nel Mediterraneo. Questo perché il problema non è solo italiano, ma europeo.

La Croazia tempo fa ha dichiarato di voler aprire le acque territoriali alla ricerca e all’estrazione di petrolio. Lo ha fatto dopo aver affidato alla Spectrum, società norvegese di prospezioni in mare norvegese, l’incarico di scandagliare i 35mila kmq di adriatico di competenza nazionale.

Un annuncio che si basa al momento sull’ipotesi, particolarmente ottimistica, di un giacimento di oltre 700 milioni di tonnellate, presente nell’adriatico centro meridionale. Stime a nostro avviso particolarmente elevate se si pensa che ad oggi le riserve certe sotto tutto il mare italiano sono di appena 9,7 milioni di tonnellate e nei fondali di fronte le coste di Marche, Abruzzo e Puglia si stima siano presenti 5,4 milioni di tonnellate di greggio.
Ma sono bastati questi annunci per far scattare, anche nel nostro Paese, in primis da parte del governo e del ministro dello Sviluppo economico in particolare, proclami e annunci in favore del rilancio delle attività petrolifere in mare seguendo il principio, alquanto discutibile, che è inutile fermare le attività estrattive nel nostro mare se tanto partono le trivellazioni nelle acque di competenza degli altri Paesi costieri. Quando invece sarebbe molto più logico lavorare per avviare delle serie politiche di tutela, a livello internazionale, di un bacino, quale è quello adriatico, particolarmente delicato e già oggi sotto pressioni ambientali molto elevate.
Si deve, inoltre, aggiungere anche il rischio proveniente dall’intenso traffico di navi mercantili e petroliere, dal momento che Trieste e Venezia rappresentano i principali porti petroliferi italiani, rispettivamente con 45 e 27 milioni di tonnellate di greggio movimentate ogni anno (elaborazione Legambiente su dati Report EMSA 2003/REMPEC, dal dossier Marea Nera di Legambiente, agosto 2010). Questo comporta un rischio rilevante, basti pensare che oltre il 40% degli sversamenti di idrocarburi nel Mediterraneo sono causati proprio dalle attività operazionali di routine.
Il tutto in un ambiente, quale quello adriatico, estremamente fragile per le caratteristiche proprie di “mare chiuso” che definiscono un ecosistema molto importante e già messo a dura prova. La fragilità del suo equilibrio ecologico è aggravata dalla scarsa profondità e dal modesto ricambio delle acque. Per questo un eventuale sversamento di petrolio deve fare i conti con la scarsa, se non nulla, possibilità di dispersione con conseguente inquinamento delle coste e dell’ecosistema marino.
Più che fare a gara a chi rilascia più permessi di estrazione o faccia più guadagni con il petrolio presente sotto le proprie acque territoriali, i Paesi costieri che si affacciano sull’Adriatico tengano in maggiore considerazione le esigenze delle comunità locali, delle associazioni di categoria e dei cittadini e si incontrino per discutere dell’applicazione delle norme e degli accordi internazionali per la tutela e il corretto uso del mare.
Tra gli atti di riferimento più importanti si ricorda l’approvazione della Direttiva 2013/30/UE sul rafforzamento delle condizioni di sicurezza ambientale delle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi. La direttiva nasce da alcuni principi di riferimento tra cui quello che grandi incidenti legati all’estrazione di idrocarburi in mare possono avere conseguenze gravi e irreversibili sull’ambiente marino e costiero. Un altro passaggio importante è l’inquadramento di tali attività nelle politiche di tutela e salvaguardia del mare per garantire raggiungimento al 2020 del buono stato ambientale, come previsto dalla direttiva 2008/56/CE.
“Se non bastassero le, motivazioni ambientali, a ribadire l’assoluta insensatezza del rilancio del petrolio sotto il mare italiano – dichiara Stefano Ciafani, vicepresidente nazionale Legambiente – ci sono gli stessi dati del Ministero dello Sviluppo Economico relative alle riserve certe presenti sui fondali che abbiamo oggi a disposizione in Italia, che sarebbero sufficienti per appena 8 settimane, stando ai consumi attuali. Anche sul fronte croato la quantità reale di petrolio disponibile è ancora da verificare con indagini più approfondite. Per questo siamo convinti che continuare a rilanciare l’estrazione di idrocarburi nel mare Adriatico e, più in generale nel Mediterraneo, è solo il risultato di una strategia insensata che non garantisce nessun futuro energetico per il nostro Paese e nemmeno per le altre nazioni costiere. Occorre abbandonare questa politica energetica miope orientata sulle fonti fossili e sposti l’attenzione e le risorse su rinnovabili, efficienza e risparmio, investendo su una politica energetica basata su fonti pulite, facendo scelte lungimiranti, e facendosi promotori di politiche internazionali di tutela di tutto il mar Mediterraneo e l’Adriatico, piuttosto che seguire le scelte petrolifere degli altri Paesi. Su questo l’Italia può e deve giocare la sua capacità competitiva internazionale.”
L’ultimo rapporto sul Clima IPCC evidenzia come, da un lato l’uomo sia responsabile al 95% del cambiamento climatico e dall’altro come questo cambiamento stia interessando tutte le regioni d’Europa, causando una vasta serie di ripercussioni sulla società e sull’ambiente. Si prevedono ulteriori effetti in futuro, con danni potenzialmente elevati da confermare la necessità di urgenti misure di adattamento con politiche volte a ridurre pesantemente la concentrazionedi CO2 in atmosfera.
“Troviamo fortemente contraddittorio l’atteggiamento del premier Renzi – dichiara Giuseppe Di Marco, presidente Legambiente Abruzzo – che da una parte si fa paladino del cambiamento rompendo vecchi privilegi, equilibri e rendite di posizioni nella vita amministrativa, burocratica e politica e dall’altro dimentica di “rottamare” un’economia energetica novecentesca. Ci auguriamo che il governo esca da questo stato di confusione rispetto alla direzione da prendere per portare il Paese fuori dalla crisi e metta in atto serie politiche di crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva raccogliendo le sfide e le opportunità della sostenibilità ambientale e traghetti l’Europa, durante questo semestre di presidenza italiana, con azioni forti sulla tutela ambientale e rinascita dell’intero Adriatico.”

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