Autore: Fosco Giannini

  • “DOPO IL CORONAVIRUS NIENTE SARA’ PIU’ COME PRIMA”  MA COME SARA’?

    “DOPO IL CORONAVIRUS NIENTE SARA’ PIU’ COME PRIMA” MA COME SARA’?

    di Fosco Giannini

    Tutto questo finirà, ma niente sarà più come prima”: questa è la frase forse più ricorrente, in questi giorni, tra l’esercito di analisti di questa fase segnata dal coronavirus.

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  • La Pinotti alla guerra

    La Pinotti alla guerra

    di Fosco Giannini, segreteria nazionale PCI, responsabile dipartimento esteri – “Le due donne di Renzi”, il Ministro della Difesa Roberta Pinotti e l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e le politiche internazionali, Federica Mogherini, sono da tempo alla testa , in Italia e nell’area dell’UE, dei processi volti al rafforzamento della NATO, della maggiore “responsabilizzazione” ( più fondi, molti più fondi economici) dei Paesi UE verso il Patto Atlantico e per la costruzione dell’esercito europeo, che in altri termini possiamo descrivere come la strutturazione militare del neo imperialsimo UE.
    Specie per quest’ultimo obiettivo, la Pinotti e la Mogherini si sono distinte, negli ultimi mesi, come vera e propria “forza d’urto” primaria dell’UE, con la benedizione della Germania, della Spagna, della Francia, del governo Gentiloni e del Partito Democratico.

    Non stupiscono, a partire da tutto ciò, le ultime e gravi dichiarazioni rilasciate dalla Pinotti nell’incontro bilaterale del 12 luglio scorso a Washington, con il segretario USA alla Difesa James Mattin, dichiarazioni nettamente volte a dimostrare totalmente disponibile il governo Gentiloni ad aumentare la presenza militare italiana in Siria, in Iraq, in Libia e in Afghanistan. Tutto ciò all’interno della discussione “primaria” volta a garantire il maggior contributo economico italiano alle spese generali dirette a sostenere le politiche di guerra planetarie della NATO.

    Certo, non avevamo bisogno delle assunzioni di maggiori responsabilità militari che la Pinotti ha garantito al segretario USA alla Difesa, per valutare la natura subordinata del governo Gentiloni, di Renzi e del PD agli USA e alla NATO, ma certo è che tali dichiarazioni aggravano ancor più il quadro generale attuale, già segnato da grandi pericoli di ulteriori coinvolgimenti dell’Italia nei fronti di guerre mondiali e da ulteriori sacrifici economici da far pagare al mondo del lavoro, allo stato sociale, ai giovani e ai pensionati.
    Il micidiale combinato disposto dato dalle inedite spese per la costruzione dell’esercito europeo, dai nuovi e pesanti “contributi” per la NATO e, nella nuova ipotesi interventista della Pinotti, dalle spese per l’invio di altre truppe italiane in Siria, in Libia, in Iraq e in Afghanistan, si abbatterebbe come una nuova mazzata sulla vita quotidiana del movimento operaio complessivo. Aggravando, peraltro, il ruolo militare, e politico, italiano sul piano internazionale.

    Siamo di fronte a inquietanti processi di militarizzazione generale, essenzialmente e politicamente condotti dai gruppi dirigenti “renziani” del PD ( che guidano nei fatti il governo Gentiloni), processi che vedono come sbocco naturale un aumento dell’export militare italiano già passato, negli ultimi due anni, da 2 a 14 miliardi di dollari, del quale export il 59% diretto verso le monarchie arabe, reazionarie e filoimperialiste del petrolio, in gran parte già sostenitrici degli interventi USA e NATO in Medio Oriente e fiancheggiatrici del Califatto.

    Al cospetto di tutto ciò e di fronte ai nuovi processi di riarmo nucleare presenti anche in Italia, ancor più il PCI rilancia la propria lotta per l’uscita dell’Italia dalla NATO e per l’uscita delle basi NATO e USA dall’Italia. Di fronte ai nuovi processi di militarizzazione generale e dell’ ulteriore integrazione e subordinazione dell’Italia alle politiche imperialiste e guerrafondaie degli USA e della NATO, il PCI chiama tutte le forze antimperialsite, comuniste, pacifiste, democratiche, di movimento contrarie alle politiche militari degli USA e della NATO, ad unirsi in un unico fronte di lotta contro la guerra e per la costruzione dell’indipendenza dell’Italia e della pace.

  • Il Pci contro i tentativi golpisti contro Maduro e al fianco del popolo e del governo Venezuelano!

    Il Pci contro i tentativi golpisti contro Maduro e al fianco del popolo e del governo Venezuelano!

    di Fosco Giannini, segreteria nazionale PCI e Responsabile Dipartimento Esteri – E’ la storia che si ripete, sempre uguale a se stessa: in America Latina, più è forte il cambiamento, più il cambiamento è del popolo e per il popolo, più determinata, feroce e sanguinaria è la risposta delle forze reazionarie, sollecitate ed organizzate dall’imperialisamo USA. In queste ore, a Caracas, un elicottero rubato alla polizia venezuelana ha attaccato militarmente (sparando e lanciando granate) sia il Ministero degli Interni che la Corte Suprema. Nessun dubbio sulla natura politica dell’attacco: sull’elicottero era ben visibile uno striscione che recitava: “ 350 Libertad”, un riferimento all’articolo 350 della Costituzione bolivariana che le forze della destra venezuela e l’Amministrazione Trump avversano con tutte le loro – poderose – forze, nell’obiettivo di far cadere Maduro e la rivoluzione “chavista”.

    L’attacco militare delle forze reazionarie è, per ora, uno degli apici del lungo tentativo del grande capitale venezuelano, delle oligarchie venezuelane, dei padroni delle terre venezuelani, di riportare l’ordine liberista in Venezuela, di riprivatizzare il petrolio, di riportare a Caracas la bandiera nord americana.

    Dalla prima vittoria elettorale di Hugo Chavez (1998) e lungo tutti gli anni delle altre vittorie elettorali “chaviste” ( 2000, 2006, 2012) la rabbia delle forze reazionarie e degli USA non si è mai placata e mai si è spenta l’idea di soluzioni fasciste e “golpiste” contro la Rivoluzione bolivariana. La nazionalizzazione del petrolio, le immense campagne di alfabetizzazione, gli investimenti massicci per le garanzie sociali – innanzitutto per la sanità pubblica – e una politica internazionale “chavista” incardinata sull’antimperialismo, sulla solidarietà ai popoli opprressi e alle lotte anticolonialiste, entro un progetto generale di unità e integrazione bolivarista per tutta l’America Latina, tutto ciò ha fatto impazzire le forze reazionarie venezuelane e gli USA, che si sono poste l’obiettivo primario di sconfiggere la Rivoluzione, di far cadere prima Chavez ed ora Maduro.
    Già nell’aprile del 2001 i “golpisti” andarono vicinissimi alla vittoria, incarcerando Hugo Chavez, poi liberato dallo stesso popolo di Caracas.
    Ora, anche approfittando della crisi economica, la destra reazionaria si scatena, nell’obiettivo del “golpe” finale contro Maduro.

    Il Partito Comunista Italiano si schiera con tutte le sue forze e senza dubbi alcuni a fianco del governo legittimo, popolare, rivoluzionario, antimperialista e internazionalista del compagno Maduro, ricordando anche il ruolo immenso che il Venezuela bolivarista ha già svolto e svolge a favore di tutti i popoli e i governi antimperialisti e antiliberisti dell’America Latina. Ed è anche a partire da questa consapevolezza, a partire dal grande ruolo volto alla libertà dei popoli di tutta l’America Latina che il Venezuela ha già svolto e potrà svolgere, che il PCI ritiene e riterrà la difesa, anche con la forza, del governo rivoluzionario di Caracas un atto legittimo e rivlouzionario.

  • Tsipras cede ancora ai diktat dell’Ue. La lezione per i comunisti in Italia

    Tsipras cede ancora ai diktat dell’Ue. La lezione per i comunisti in Italia

    Come mai la Grecia sembra quasi sparita dalla cronaca politica? Va finalmente tutto bene? E il popolo greco è uscito fuori dalla tragedia sociale in cui è stato immerso dalle pietre al collo del FMI, dalla BCE, dall’Eurogruppo e da Berlino? Vi ricordate le decine di suicidi dei lavoratori e dei pensionati greci, ma anche dei piccoli imprenditori, dei commercianti, che – tra gli anni 2010 e 2015 – sceglievano, appunto, la morte di fronte alla perdita del lavoro, dell’arrivo della miseria nera o della chiusura dell’azienda o della piccola bottega? Non si sente più nulla: tutto bene ad Atene? Oppure, non si sente più nulla perchè le le grandi lotte sociali, condotte da Syriza, dal Partito Comunista di Grecia, dai sindacati di classe greci, che portarono Tsipras alla vittoria, che facevano tremare la Merkel e tutta Bruxelles sono lotte da tempo spente, da parte di Syriza, e cancellate dal “rientro” di Tsipras nei ranghi del liberismo dell’UE? E questa, questa seconda, la risposta: la Grecia è sedata, narcotizzata dalla drammatica genuflessione di Tsipras alle regole di Maastricht; il popolo tace; Atene non impaurisce più gli assetti neo imperialisti di Bruxelles; i fari si sono spenti su Piazza Syntagma e – rotto solo dalle lotte dei comunisti – il silenzio avvolge la Grecia.

    Ma se sulla Grecia è calato il silenzio, da essa non è uscita la tragedia sociale.
    Come prosegue il tradimento di Tsipras? Prosegue diritto come un treno e tutta l’energia che Syriza metteva un tempo per organizzare le lotte sociali contro le politiche che Nuova Democrazia (la destra che governava prima dell’avvento di Tsipras) dispiegava per ordine di Berlino, è un’energia che ora Tsipras dispiega per ottenere nuovi prestiti-capestro per il suo Paese e per imporre altre politiche di lacrime e sangue sul popolo greco.

    E’ di pochi giorni fa, infatti, l’ennesimo prestito ottenuto da Atene da parte dei creditori europei: 8,5 miliardi di dollari. Detto così, sembra una sorta di fredda operazione bancaria, somigliante a quelle che fanno i normali cittadini, quando sono in difficoltà. In verità, il dramma – sociale, politico, etico – sta tutto dentro il processo attraverso il quale Tsipras giunge ad ottenere il nuovo prestito.

    Come inizia, questo percorso che porta agli 8,5 miliardi di dollari che entro l’estate dovranno “dare nuovo respiro” alla Grecia, come affermano, molto ipocritamente, i funzionari e i dirigenti dell’ Eurogruppo, che sanno bene, invece, che questo nuovo prestito non farà altro che indebitare ancor più Atene e ancor più incatenarla ai vincoli liberisti di Bruxelles?

    Inizia con la richiesta del prestito che Tsipras, coda tra le gambe, inoltra a Bruxelles; prosegue con una vasta discussione tra il FMI, la BCE e Berlino. Berlino si dichiara favorevole al prestito degli 8,5 miliardi di dollari a due condizioni: la prima è che l’Eurogruppo garantisca il rientro del prestito tedesco attraverso un nuovo giro di vite sulla società greca; la seconda è che il FMI aiuti Atene a pagare il nuovo credito tedesco attraverso un proprio prestito di 2 miliardi di dollari da versare ad Atene verso gli ultimi mesi del 2017.
    Christine Legarde, Direttrice del FMI, è altrettanto chiara e vincola il proprio versamento di 2 miliardi di dollari ad Atene alla condizione che, immeditamente, Bruxelles e Berlino impongano a Tsipras nuovi tagli sociali. Il compromesso internazionale convince il ministro tedesco Wolfang Schaeuble, che solo attraverso i due “si”, dell’Eurogruppo e del FMI, poteva cercare il consenso al pacchetto economico da parte del Parlamento tedesco, consenso che infatti ottiene. E il cerchio, complicato e barocco quanto lucidamente perverso, si chiude: Atene avrà da Berlino i primi 8,5 miliardi subito, in gran parte prima di questa estate 2017 e il resto nell’autunno e avrà, successivamente, i 2 miliardi di dollari dal FMI, che serviranno ad Atene per iniziare a ripianare l’ultimo debito contratto con Berlino: una via crucis infinita, un giro della morte.
    In cambio, il governo Tsipras, eletto dal popolo greco per combattere contro la dittatura economica e politica dell’UE, avvia immediatamente ( tra aprile, maggio e giugno 2017, cioè ora) nuove misure duramente antipopolari, le solite, quelle stesse che imponeva la destra liberista greca di Nuova Democrazia: privatizzazioni, tagli alle pensioni, ai salari e allo stato sociale.

    Sempre occorrerà ricordare che al referendum consultivo del luglio 2015, riguardante l’approvazione del piano proposto dai creditori internazionali per parte della Trojka ( Commissione europea, BCE e FMI) vinse il no all’accordo e che fu circa il 62% del popolo greco a votare no; sempre occorrerà ricordare che fu il Primo Ministro greco, Alexis Tsipras, il 27 giugno del 2015, a ratificare il referendum e a far schierare sia il governo di sinistra che tutta Syriza per il no; sempre occorrerà ricordare ciò che affermò l’allora ministro Yanis Varoufakis, prima del referendum: “ Quello che stanno facendo con la Grecia ha un nome: terrorismo. […] Perché ci hanno costretto a chiudere le banche? Per instillare la paura nella gente. E quando si tratta di diffondere il terrore, questo fenomeno si chiama terrorismo. Ma confido che la paura non vincerà ”.
    E mai occorrerà dimenticare le prime dichiarazioni, dopo la vittoria popolare del no al referemdu, di Tsipras: “ I greci hanno fatto una scelta coraggiosa, che cambierà il dibattito in Europa. […] La Grecia da domani vuole sedersi di nuovo al tavolo delle trattative: vogliamo continuarle con un programma reale di riforme ma con giustizia sociale e dobbiamo “riarticolare” la questione del debito”. Mai dimenticare, dopo il referendum e la prima proposta di Tsipras di intavolare la trattativa tra Grecia ed UE “ su basi nuove e non più subordinate”, le dimissioni da ministro delle Finanze di Varoufakis, dimissioni anunciate con una frase su twitter “Minister no more!” e rassegnate “ per favorire l’intesa del governo greco con la controparte europea”, poichè era già stato lo stesso Eurogruppo – per voce dei suoi più importanti rappresentanti – ad avere espresso il desiderio di non trattare più con Varoufakis. E certo mai dovremo dimenticare che, rispetto all’aut-aut dell’Ue successivo alla vittoria popolare del no al referendum ( “ Ora la Grecia deve scegliere se uscire dall’Eurozona o accettare il memorandum dell’UE”) Tispras scelse la seconda strada e dopo l’approvazione in Parlamento di quel memorandum liberista, l’ala radicale di Syriza, guidata da Panagiotis Lafazanis, abbandonò il partito fondando Unità Popolare e schierandosi all’opposizione del governo, che abbandonò Syriza anche Varoufakis e che fu proprio la sottoscrizione del memorandum a provocare la scissione dell’ala radicale di Syriza.

    E, ancora: mai dovremo rimuovere il fatto che Syriza di nuovo vinse le nuove elezioni politiche nazionali del successivo 20 agosto 2015 per intraprendere, poi, una linea politica di totale genuflessione ai diktat dell’Eurogruppo, una linea che ha portato in Grecia anche agli ultimi, dolorosissimi tagli sociali, volti ad ottenere altri crediti internazionali e altri cappi – in un avvitamento sempre più demoniaco – atti al soffocamento dell’economia e della democrazia della Grecia e atti al peggioramento continuo della vita quotidiana dello stesso popolo greco.

    Occorre che tutto ciò diventi, almeno, un avviso ai naviganti della sinistra italiana: una forza politica di sinistra vaga, come Syriza, una forza, nell’essenza, socialdemocratica, si rivela – negli scontri definitivi con le controparti capitalistiche e imperialiste – fortemente corruttibile e conseguentemente, specie in questa fase storica e dentro il duro conflitto di classe imposto dall’UE, necessaria più che mai è la presenza – certo più forte di quella attuale – di una forza, di un partito comunista che punti a guidare la lotta e, insieme, a lavorare per l’unità dell’intera sinistra di classe. Lavorare per un partito comunista più forte, unire i comunisti in una sola forza organizzata sarebbe ed è, dunque, il primo compito dei comunisti in Italia – dirigenti e militanti – e certo il compito non è quello, come purtroppo propone ancora Rifondazione Comunista, di sciogliere anche i comunisti in un ennesimo “soggetto unico della sinistra”. Come Syriza?

  • Nuovi tagli sociali in Grecia

    Nuovi tagli sociali in Grecia

    La Grecia è di nuovo sotto il torchio. Il popolo greco è per l’ennesima volta in pochi anni sotto la mannaia liberista dell’Unione Europea. Martedì 2 maggio, ultimo scorso, il governo greco ha firmato un altro pre-accordo con i creditori internazionali, volto a dimostrare quanto la Grecia abbia “ben lavorato”, quanti nuovi tagli sociali abbia fatto negli ultimi venti mesi ( come richiesto dalla BCE e dal FMI) al fine di ottenere un possibile taglio del debito.

    Il testo del pre-accordo dovrà essere valutato, ed eventualmente ratificato, il prossimo 22 maggio dall’Eurogruppo, previa – tuttavia – approvazione del Parlamento greco. E qui potrebbe esserci la prima sorpresa, la concretizzazione del paradosso: l’opposizione di destra al governo Tsipras, non unendosi, ma assommandosi oggettivamente alle lotte sociali, sindacali ( uno sciopero generale è previsto per il 17 maggio) e del Partito Comunista di Grecia ( KKE), potrebbe avere la forza di ostacolare il pacchetto liberista che il governo ellenico ha approntato per l’Eurogruppo. Pacchetto che, tuttavia, passerà.

    Cosa contiene questo nuovo pacchetto, caratterizzato dai “soliti” tagli sociali ( un pacchetto, non casualmente, confezionato dall’erede di Gianis Varoufakis, il ministro delle Finanze Efklidis Tsakalotos)? Prevede, innanzitutto, un nuovo e dolorosissimo attacco alle pensioni, una sforbiciata alle pensioni di 900 mila anziani che percepiscono più di 700 euro al mese. Le misure volute dalla BCE e dal FMI prevedono un taglio medio del 9% e un massimo del 18%. Si prevede, oltre ciò, un abbassamento della “no tax area” da 8.636 a 5.681 euro, con un relativo aumento dell’aggravio fiscale, su di una pensione di 720 euro, di circa 600 euro l’anno. Il pre-accordo prevede, ancora, un taglio di circa 500 milioni di euro al progetto di aiuto ai cittadini a basso reddito, a quei cittadini così vicini alla povertà che non possono nemmeno accendere il riscaldamento. Anche il lavoro, naturalmente, è di nuovo attaccato: tra i lavoratori del settore pubblico sarà ulteriormente ristretta l’area dei premi alla produttività e quella dei lavoratori con contratto a termine ( scelta del governo Tsipras che accoglie totalmente una delle “raccomandazioni” centrali della Commissione UE del 2015, quella che chiedeva ai governi, appunto, di “non appesantire” i bilanci attraverso assunzioni a termine e non certo in un’ottica volta all’allargamento del lavoro a tempo indeterminato). I “soliti” processi di privatizzazione condiscono il pre-accordo: questa volta tocca alla DEI, l’azienda elettrica di Stato, della quale sarà privatizzato circa il 17%.

    Nonostante il nuovo governo Tsipras, dunque, non è certo diminuita la pressione, la vera e propria dittatura economica e politica ultra liberista dell’UE e dell’intera Troika ( il triumvirato, cioè, formato dalla Commissione Europea, dalla BCE e dal FMI) sul governo e sull’intero popolo greco.
    I nuovi e pesanti “sacrifici” imposti dalla Troika e totalmente accettati da Alexis Tsipras ( sino a “dieci minuti fa” considerato da molta sinistra italiana ed europea il nuovo Che Guevara europeo) debbono spingerci a ripercorrere le ultime fasi greche, oggettivamente dense sul piano politico generale e vere e proprie lezioni per tutte le forze comuniste e anticapitaliste del vecchio continente.

    Alexis Tsipras rompe con il Partito Comunista di Grecia alla fine degli anni ’90, per approdare al partito della “sinistra radicale” Synaspismos. Nel 2008, al V° Congresso del Synaspismos, viene eletto Presidente. Nel 2009 Syriza ( partito nato dal gruppo parlamentare del Synaspismos e che ha come leader Tsipras) si presenta alle elezioni. Sulla scorta di una critica profonda alle politiche liberiste dell’UE ( ma all’interno di una visione comunque europeista, elemento contraddittorio che segnerà di sé – e ancora segna – sia la visione politica generale di Tsipras e del suo partito, Syriza, che la visione politica di altre forze di sinistra e comuniste europee, come la stessa Sinistra Europea, che ha oggi, tra i vice presidenti, Paolo Ferrero, e il Partito Comunista Francese e lo stesso Partito della Rifondazione Comunista, due forze, non a caso, molto legate a Tsipras), Siryza ottiene il 4,6% , e Tsipras viene eletto per la prima volta al Parlamento ellenico
    Alle elezioni parlamentari del maggio 2012 Syriza ( reiterando la critica radicale all’UE) fa un salto di qualità e ottiene il 16,8% dei voti. Il presidente della Grecia, Karolos Papoulias, dopo che Antonis Samaras non riesce a mettere in piedi un governo, affida il compito di formarlo a Tsipras, che – nella frammentazione del quadro politico- non riesce a portare a termine il compito.

    Senza governo, la Grecia torna alle elezioni nel giugno del 2012 e in questa tornata ( anche sulla base di un proprio programma elettorale che propone, in caso di vittoria, la richiesta di una rinegoziazione del piano di austerity imposto alla Grecia dalla Troika) Syriza diviene il secondo partito greco, con circa il 27% dei voti. Cioè: attraverso una proposta politica di netto contrasto con l’UE, Syriza passa, in poco più di tre anni, ( dal 2009 al 2012) dal 4,6% al 27% dei consensi elettorali. Nel giugno del 2012, tuttavia, il primo partito rimane Nuova Democrazia, di Samaras, che questa volta riesce a formare un governo.
    Nell’ottobre del 2013 la Sinistra Europea, su forte spinta del Partito della Rifondazione Comunista, propone Alex Tsipras come Presidente della Commissione Europea. Nelle elezioni per il Parlamento europeo del 25 maggio 2014 i comunisti e la sinistra italiana si uniscono in un cartello elettorale che prende il nome proprio da Tsipras, “L’altra Europa con Tsipras”, che ottiene il 4,4% dei voti e conquista tre seggi al Parlamento europeo.

    Nelle elezioni politiche greche del 25 gennaio del 2015 Syriza ottiene il 36,34%, su di un programma che promette di ricusare tutti gli accordi-capestro che la destra greca ha assunto con la Troika e il rifiuto dell’austerity imposta dall’UE. Un programma che conquista il popolo greco e accende grandi speranze. Il 26 gennaio Tsipras assume la carica di Primo Ministro e forma il nuovo governo, che durerà solo sette mesi, sino al 20 agosto 2015, giorno in cui Tsipras rassegnerà le dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica. Questi sette mesi sono il percorso politico che i comunisti europei e la sinistra di classe europea debbono studiare e ripercorrere per capire, per non commettere più errori, per sapersi collocare sul piano geopolitico internazionale e sapersi posizionare sul piano rivoluzionario.
    Ripercorrere i sette mesi, dunque: nelle elezioni del 25 gennaio 2015 Syriza ottiene 149 seggi, che non bastano per avere la maggioranza parlamentare ( 151 seggi). Si va, di conseguenza, ad un’alleanza Syriza ( iscritta al gruppo GUE/NGL al parlamento europeo) e Anel ( partito di centro-destra con 13 seggi al parlamento greco e iscritto al gruppo ECR- conservatori e liberali – al parlamento europeo).

    Formato il governo Syriza-Anel, Tsipras avvia negoziati con i creditori esteri ( BCE- FMI- UE) per il taglio del debito. In questi mesi segnati da trattative continue con l’UE, Tsipras mette in essere politiche di discontinuità con il passato e in forte conflitto con le direttive dell’UE, della BCE e della stessa Merkel. Si presenta al Parlamento, e si approva, la legge contro la povertà (che vede fortemente contrari i creditori internazionali), legge che doveva trovare il proprio finanziamento dal ricavato ottenuto dalla lotta al contrabbando ed avrebbe dovuto garantire gratuitamente buoni pasto, elettricità e sussidi per pagare l’affitto alle famiglie greche più bisognose; la riassunzione di 500 poliziotte licenziate dal governo Samaras; la riapertura della rete televisiva pubblica ERT, chiudendo la NERIT, rete privata fondata dalle destre tra il 2013 e il 2015; progetti di assunzioni nel pubblico impiego e rialzo dei salari più bassi. Il governo Tsipras si spinge a chiedere al governo tedesco e direttamente alla Merkel il pagamento, a titolo di risarcimento, di 279 miliardi di euro di debiti insoluti riguardanti i danni subiti dalla Grecia per colpa dell’occupazione da parte della Germania nazista nel periodo della Seconda Guerra Mondiale.

    Il conflitto tra il governo Tsipras e l’UE si acutizza; di fronte al progetto sociale complessivo che Tsipras mette in campo, i creditori internazionali sparano ad alzo zero e propongono, per garantire un piano di salvataggio per la Grecia, un contro piano degno dei Chigaco Boys che prepararono i golpe fascisti in America Latina: l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni; cancellazione dei prepensionamenti e dell’Ekas (assegno bonus che integrava le pensioni minime) ; l’aumento dell’ IVA greca; l’abolizione degli sconti fiscali per le isole; una forte riduzione dei salari dei dipendenti pubblici; un altro e imponente piano di privatizzazioni. Tutte richieste, da parte della BCE, del FMI, di Bruxelles e di Berlino, in netto contrasto con il programma anti liberista e anti austerity con quale Syriza aveva vinto le elezioni.

    Come risposta all’attacco durissimo dei creditori ( attacco guidato esplicitamente dalla Merkel e dalla Deutsche Bank, attacco generale dell’intera UE, sferrato nel momento cruciale del progetto di liberazione del governo e del popolo greco, attacco che dovrebbe dirla lunga a chi, anche a sinistra, anche tra i comunisti, vede ancora l’UE come unico e imprescindibile terreno di lotta per il movimento operaio complessivo europeo), come risposta a quest’attacco Tsipras decide di convocare un referendum consultivo sui programmi europei, dichiarando che se avesse vinto il “SI” si sarebbe dimesso. Il referendum si tiene il 5 luglio e il “NO” ai diktat dell’UE raggiunge circa il 62%. Il popolo greco si schiera contro le politiche della Troika.

    Il successivo 11 luglio Tsipras, forte dell’esito referendario, contrappone alle richieste dei creditori un proprio programma alternativo: ritorno della contrattazione collettiva nel mercato del lavoro; rialzo della tassa sui beni di lusso e aumento della tassazione sui profitti delle grandi imprese; mantenimento dello sconto del 30% per le isole; taglio delle spese militari di 200 milioni di euro; una tassa al 30% sui giochi elettronici online; aumento dell’IVA solo sui cibi confezionati; si all’ aumento dell’età pensionabile a 67 anni ma entro il 2022; il respingimento della proposta generale di privatizzazioni proveniente dai creditori, accettandone solo una parte ( porto di Salonicco e aeroporto di Atene), ma rimandando al mittente le altre richieste di privatizzazioni ( acqua ed energia elettrica).
    Per i comunisti europei e la sinistra di classe europea studiare questi sette mesi del governo Tsipras è, come dicevamo, molto importante, importante come studiare la Comune di Parigi. Le controproposte formulate da Tsipras dopo la vittoria nel referendum, anche se già risentono dell’attacco dei creditori e nelle quali già appaiono segni di cedimento (accettazione, se pur posticipata, dell’aumento dell’età pensionabile, privatizzazione del porto di Salonicco e dell’aeroporto di Atene…) tuttavia, sono ancora nel solco della politica alternativa della prima Syriza, quella che crede nella possibilità della riformabilità dell’UE.

    Ma cosa accade, dopo il referendum e dopo le controproposte ai creditori che Tsipras lancia proprio in virtù della vittoria referendaria? Accade che, negli stessi giorni successivi al referendum e alle controproposte, i creditori, l’intera UE, la Merkel rispondano in modo durissimo e determinato ( lezione per chi crede, anche tra i compagni, alla riformabilità dell’UE e alla sua supposta essenza democratica) mettendo Tsipras con le spalle al muro, chiedendogli seccamente di scegliere tra il programma bocciato al referendum e l’uscita della Grecia dall’Eurozona. Tsipras, costretto dagli eventi a mostrare sino in fondo la propria e vera natura politica ( e qui è la lezione per i comunisti europei e per la sinistra di classe europea) sceglie di rimanere nell’Eurozona, di genuflettersi al potere e al mito dell’UE, di cedere ai diktat dei creditori e del grande capitale transnazionale europeo germanizzato. Sceglie di accettare, nonostante il responso del popolo greco al referendum, il programma liberista della Troika. In seguito a questo cedimento di Tsipras, l’ala di classe di Syriza, guidata da Panagiotis Lafazanis, abbandona il partito costituendo “Unità Popolare”, passando all’opposizione del governo Tsipras. Pur non aderendo a nessun altro partito, esce da Syriza anche l’ex ministro delle Finanze Gianis Varoufakis. Tsipras, sotto il ricatto dei creditori internazionali, firma il memorandum liberista e ratifica improvvisamente la mutazione genetica di Syriza. Ciò che i comunisti e la sinistra di classe d’Europa debbono chiedersi è quanto la resa fosse già inscritta nella concezione di riformabilità dell’UE che segnava la linea politica di Syriza; quanto la resa fosse già inscritta nell’accettazione dell’UE come unica possibilità storica per i popoli e gli Stati europei. La domanda vale soprattutto per quelle aree comuniste e di sinistra europee che credono, appunto, che fuori dell’Ue non possa esserci nulla, che l’UE sia riformabile.
    In seguito al cambiamento di linea, il governo Syriza- Anel perde la maggioranza parlamentare; il 20 agosto Tsipras annuncia, in diretta TV, l’esigenza di elezioni anticipate, per il 20 settembre 2015 e la sera dello stesso 20 agosto rassegna le dimissioni nelle mani del Presidente Paulopoulus.

    Le elezioni del 20 settembre 2015 riconsegnano la vittoria a Syriza che, pur avendo rovesciato completamento la propria linea politica firmando il memorandum dell’UE e dei creditori internazionali e avendo tradito lo spirito del referendum popolare, vede eroso di poco il proprio patrimonio elettorale e istituzionale, passando al 35% dei voti e ottenendo 145 seggi, rispetto ai 149 precedenti. Tuttavia i segni del “desencanto” popolare emergono in modo palese: il 45% degli elettori- un dato enorme per la Grecia – questa volta non si reca alle urne; secondo il quotidiano Kathimerini quasi il 14% dei votanti decide solo nelle ultime ore per chi votare; Alba Dorata, il nuovo partito nazifascista, nel caos provocato anche dal cambiamento di linea di Syriza, ottiene il 7% dei voti, conquistando 19 seggi. La vittoria di Syriza, peraltro, appare miracolosa anche per gli stessi esponenti del governo Tsipras; dichiarerà infatti Panagiotis Skourletis, già ministro de Lavoro e della Solidarietà Sociale nel governo Tsipras: “ E’ la prima volta che un governo che applica politiche tanto dure ottiene il consenso del popolo”. In piazza Syntagma, questa volta, la “Brigata Kalimera” ( Ferrero, Vendola, Fassina, D’Attorre e altri, che avevano giustamente salutato la vittoria del gennaio 2915) non c’è, anche se dall’Italia i saluti a Tsipras partono lo stesso. E sono saluti un po’ difficili da comprendere, nella loro enfasi, poiché sembrano non tenere conto della resa già avvenuta del governo Tsipras, non tenere conto del tradimento del responso popolare al referendum. Vendola afferma, in un’intervista a “La Repubblica” : “ Questa di Tsipras è una vittoria della sinistra che scommette sull’Europa e che sfida le politiche dell’austerity ”. E dirà Paolo Ferrero, segretario nazionale del PRC: “Con la vittoria di Tsipras ha vinto la sinistra alternativa a Renzi e alla Merkel”. E’ chiaro che se Vendola pensa ad una sinistra che scommetta tutto sull’Europa rischia di far imboccare a questa sinistra la stessa strada inclinata di Tsipras e che se Ferrero non vede i limiti di Tsipras può far male allo stesso PRC e alla sinistra di classe italiana. E pur tenendoci lontani da una critica pretestuosa non possiamo fare a meno di ricordare la nota ufficiale di “L’Altra Europa con Tsipras” rispetto alla vittoria di Syriza nel settembre 2015: “Il popolo greco ha risposto con la forza della democrazia a chi ha fatto di tutto per cacciare Tsipras e il suo governo.  Tsipras vince e con lui vince la democrazia e vince la Sinistra Europea. Una vittoria che parla alle forze del cambiamento di tutta Europa dalla Spagna all’Irlanda. La lotta contro l’austerità continua, con più forza. La troika, l’austerità, il potere delle banche, l’Europa fortezza devono diventare, loro sì, una parentesi”.
    Rispetto a ciò che stava accadendo, alla firma già appostata, da parte di Tsipras, sul memorandum liberista dell’UE, erano forse necessarie parole più avvedute…E’ invece probabile che fu più avveduto, e scaltro, il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, che facendo le congratulazioni al leader di Syriza disse: “Mi congratulo con Alexis Tsipras e Syriza e mi dichiaro pronto a lavorare da vicino con le autorità greche e a continuare ad accompagnare la Grecia nei suoi ambiziosi sforzi riformisti”.

    Dopo la vittoria elettorale del settembre 2015 si riforma il governo Tsipras, sostenuto dal tandem Syriza- Anel, ma la resa alle pressioni dell’UE accelera il processo di involuzione politica del governo “di sinistra”, che accetta totalmente il terzo memorandum dei creditori internazionali, assume pienamente le direttive liberiste dell’UE, accetta supinamente il rafforzarsi della presenza della NATO in Grecia, sino ad arrivare alle misure antipopolari di questi giorni, essenzialmente dirette contro i pensionati, i lavoratori del pubblico impiego e contro la residua presenza dello Stato nell’economia.

    Un passaggio importante, ai fini dello studio dei sette mesi del primo governo Tsipras, è certamente quello del viaggio che Tsipras intraprende a Mosca, da Putin, l’8 aprile del 2015.

    Il governo Tsipras, insediatosi nel gennaio 2015, già subiva l’attacco dell’UE, quell’attacco verso il quale Tsipras avrebbe ceduto, che avrebbe portato al referendum, alla scissione di Syriza, all’uscita di Varoufakis e poi alle nuove elezioni. Nell’aprile del 2015 l’attacco dei creditori internazionali contro il governo Syriza-Anel è al culmine, la “krisis” ( proprio in senso greco, cioè come processo di cambiamento) è vicinissima. In questo contesto Tsipras decide – è l’8 aprile 2015 – di andare a Mosca, di incontrare Putin. Innanzitutto la Germania, inizia a preoccuparsi ansiosamente di questo viaggio. E scrive Danilo Taino su “ Il Corriere della Sera”, interpretando al meglio l’inquietudine di Berlino: “Per il leader russo è un’occasione per creare divisioni nella Ue, la quale nei mesi scorsi è stata inaspettatamente unita nell’imporre sanzioni al Cremlino a causa della crisi ucraina… Per Tsipras è un modo di dire: se non ci date il denaro che ci serve potremmo cambiare il quadro di alleanze della Grecia… Tra i danni collaterali che la crisi greca si trascina, c’è un cambiamento nel modo di trattare fra partner europei che in precedenza non si era mai visto. E che nei prossimi giorni potrebbe raggiungere livelli alti. Il viaggio del primo ministro ellenico Alexis Tsipras a Mosca il prossimo 8 aprile preoccupa e irrita il mondo politico tedesco. Non per il viaggio in sé: anche Angela Merkel e François Hollande hanno incontrato Vladimir Putin, di recente, come ha ricordato la Cancelliera stessa. Il problema è che il vertice greco-russo è visto come volutamente minaccioso. Il sottinteso che lo caratterizza, sia dal punto di vista di Putin sia dal punto di vista di Tsipras, è l’obiettivo di mettere in difficoltà l’Europa. La prospettiva — improbabile, ma che aleggia sull’incontro — è la creazione di una relazione speciale con Mosca che per Atene sarebbe almeno in parte alternativa a quella con Bruxelles”.

    Ed è interessante ricordare ciò che andava affermando, in quella fase, il ministro del governo Tsipras, Panagiotis Lafazanis, attraversato forse da progetti strategici confusi ma comunque presenti. In un’intervista rilasciata a I Avgi dichiarava Lafazanis : “ L’incontro tra Tsipras e Putin potrà segnare una nuova epoca nei rapporti energetici, economici e politici di entrambe le nazioni. Un accordo greco – russo potrebbe anche aiutare la Grecia nei suoi negoziati con l’UE, in un momento in cui l’UE si rapporta con il nuovo governo greco con incredibile pregiudizio, come se la Grecia fosse una semi-colonia. Le istituzioni europee, continuano a incarnare la linea dura della CDU tedesca nei confronti della Grecia, esigendo “riforme” di piena austerità, mentre la stampa anglo-tedesca conduce una campagna affinché Tsipras liberi il Parlamento greco dell’ala sinistra di Syriza e la sostituisca con rappresentanti dell’opposizione!”. Obiettivo poi colto, da parte della stampa anglo-tedesca, come si è espresso Lafazanis…

    Sarà l’economista statunitense Lyndon LaRouche, in quei giorni, ad intuire, meglio di altri, il senso profondo di ciò che stava accadendo: “ La linea dura farà affondare l’Europa, i suoi mercati di derivati finanziari e le sue banche fallite, non la Grecia. La Grecia ha bisogno di sviluppo economico, non di denaro prestato, ed è questo punto al centro delle discussioni con i BRICS”.

    E sarà lo stesso Obama, in quei giorni, a comprendere l’essenza strategica dell’incontro Tsipras-Putin nella fase alta della crisi tra governo Tsipras e UE. A preoccuparsene profondamente e a cercarne le contromisure. Obama, infatti, telefona più volte alla Merkel per indurla ad un atteggiamento meno duro con Tsipras, per evitare “la catastrofe” – dal punto di vista di Obama e dell’occidente capitalistico – di un passaggio di campo, da parte della Grecia, dall’UE ai BRICS. Come, l’allora presidente USA , intervenne più volte sul FMI – uno dei creditori internazionali della Grecia – affinché si allargasse un poco il cappio economico attorno al collo greco.

    Noi non sappiamo ciò che accadde davvero, in quei giorni d’aprile del 2015. Non sappiamo se Tsipras pensasse veramente ad un cambiamento di campo, di alleanze internazionali, per il suo Paese ( alla luce dell’intima natura politica e ideologica di Tsipras e di Syriza ne dubitiamo). Alla luce dei fatti, però, alla luce della sconfitta di Tsipras e del suo ritorno col cappello in mano nel campo e del FMI, dell’UE della BCE ; alla luce delle immense sofferenze che il neo imperialismo dell’UE sta di nuovo infliggendo – ora tramite Tsipras – al popolo greco, alla luce di tutto ciò anche il viaggio di Tsipras a Mosca ci si presenta come un passaggio da studiare attentamente, come un passaggio potenzialmente rivoluzionario nel momento in cui evoca forse l’unica strada che possiamo percorrere per liberare i popoli dell’UE dal dominio assoluto del grande capitale transnazionale europeo, che è incarnato proprio nelle istituzioni e nelle politiche di Bruxelles: la strada della rottura con questa UE e la ricollocazione strategica di popoli e di Stati che vogliono liberarsi in un diverso fronte mondiale, un fronte progressista e indipendente dalle potenze imperialiste , un fronte di popoli e di Stati che si uniscono tra loro attraverso relazioni economiche e politiche solidali e non attraverso rapporti di dominio, subordinazione e spoliazione, come accade in questa UE che nulla ha a che vedere con un’Europa dei popoli, ma che ha tutto per essere definita un nuovo polo imperialista in progress, feroce e irriformabile in virtù dell’esigenza primaria che nella fase storica data tradisce il grande capitale sovranazionale europeo: quello di dotarsi – innanzitutto attraverso la collocazione stabile del movimento operaio complessivo europeo in un vasto mercato inferiore del lavoro – di una nuova accumulazione capitalistica originaria, indispensabile per avviare seriamente la lotta interimperialistica mondiale per la conquista dei mercati.

    Obama, dal suo punto di vista, l’aveva capito, cercando in tutti i modi di evitare una nuova collocazione internazionale della Grecia.
    E’ forse ora che lo capisca anche l’intera sinistra europea.

  • Fosco Giannini (PCI): Trump, tamburi di Guerra

    Fosco Giannini (PCI): Trump, tamburi di Guerra

    La tensione, sul piano internazionale, è altissima. Una guerra, di estensione mondiale, è una più che mai concreta possibilità. L’imperialismo USA soffia violentemente sul fuoco, accumulando, giorno dopo giorno, “gli incidenti” affinché l’incendio mondiale divampi. A “sentire” il pericolo, naturalmente, è soprattutto colui che la guerra la sta preparando: Donald Trump. Il presidente USA ha infatti eccezionalmente convocato, in queste ore, l’intero Senato nordamericano alla Casa Bianca. Una scelta inconsueta, che la dice davvero lunga sulla profondità della crisi internazionale che gli USA hanno scientemente voluto e, passo dopo passo, bomba dopo bomba, minaccia dopo minaccia, provocato. Il “briefing” alla Casa Bianca del Senato in seduta esterna e plenaria è stato convocato proprio in relazione alla “crisi coreana” e l’eccezionalità dell’evento – che vede uniti tutti i cento senatori USA, democratici e repubblicani – la dice lunga sulla verosimiglianza di un attacco militare USA contro la Corea del Nord, a due passi dalla Cina. Peraltro, mentre i cento senatori USA saranno al cospetto di Trump, alla Casa Bianca, il sottomarino  nucleare “Michigan” sarà già arrivato nel porto sudcoreano di Busan, ad aumentare e rendere sempre più concreta la minaccia dell’attacco militare USA contro la Corea del Nord.

    E la presenza del “Michigan” (154 missili Tomahawk a bordo) a Busan non è certo l’unica minaccia di guerra che in queste ore Trump fa scintillare sull’intero fronte euroasiatico: sempre nei mari della Corea del Sud si sta svolgendo da settimane un’esercitazione navale militare congiunta USA – Corea del Sud – Giappone, che vede muoversi i cacciatorpedinieri dei tre Paesi; un’altra esercitazione militare, in queste ore e inaspettatamente, si svolge nei cieli dell’Estonia, dove una nutrita squadriglia di F-35 USA mima, preparandosi, i bombardamenti sulla Corea del Nord e sulla Russia; nel Poligono di Orysz, in Polonia e sempre in queste ore e a soli cinquanta chilometri dal confine bielorusso, il battaglione NATO schierato in Polonia (più di mille soldati, tra americani, britannici e romeni) avvia le esercitazioni alla guerra; contemporaneamente, un altro battaglione NATO (1.200 soldati, tra inglesi, francesi, canadesi e italiani – frutto dell’incontro di Gentiloni con Trump di questi giorni?) si esercita in Estonia; a Tallin (ancora in Estonia) è in corso la più grande esercitazione di cyber-guerra mai organizzata dalla NATO, nome in codice “ Locked Shields”, 25 nazioni unite nella simulazione della guerra cibernetica.

    Tutto ciò dopo l’attacco militare USA di tre settimane fa nello Yemen;  dopo il  bombardamento del 7 aprile scorso dei cacciatorpedinieri americani “Ross” e “Port” dai quali  sono stati lanciati i  59 missili Tomahawk sulla base dell’aeronautica siriana Shayrat, nella provincia di Homs, in Siria; dopo lo sganciamento, sempre da parte di Trump, della “ madre di tutte le bombe” sull’Afghanistan, lo scorso 13 aprile; dopo il rafforzamento della presenza navale militare USA ( già ordinata da Obama) nei Mari del Sud della Cina, dopo il consolidamento delle truppe nazifasciste filo USA e filo UE a Kiev, in funzione antirussa, anti Donbass e anti Crimea; dopo le provocazioni anticinesi di Trump spintesi sino a “riconoscere” l’indipendenza di Taiwan dalla Cina e, dunque, a disconoscere la concezione di “una sola Cina”; dopo il vertiginoso e significativo aumento delle spese militari USA.

    E’ già stato notato come l’improvvisa e cruenta “svolta bellica” dell’Amministrazione Trump abbia preso corpo dopo le sconfitte, una dietro l’altra, dello stesso Trump al Congresso: l’impossibilità di cancellare la “Obamacare” e il respingimento dei veti all’immigrazione dai paesi musulmani, sconfitte che hanno fatto crollare il consenso attorno al neo presidente USA dal 46 al 38%. E, naturalmente – scuola dell’imperialismo USA – che cosa c’è di meglio della guerra per risollevare il consenso attorno a sé ? Anche se tale analisi corre il rischio di basarsi solamente sulla contingenza, poggiando su ben altro la profonda pulsione alla guerra degli USA: sulla consapevolezza del proprio declino e su di un’altrettanto grande e speculare consapevolezza: l’emergere incontrastabile, sul piano economico, di una nuova, immensa e inarrestabile, nella fase storica data, di una nuova potenza, non assimilabile al campo imperialista, non subordinabile: la Cina, o meglio la Repubblica Popolare Cinese.

    La spinta alla guerra di Trump è – comunque – così  oggettivamente “necessaria” al fronte più retrivo dell’imperialismo USA che nessun metodo viene escluso affinché la miccia mondiale prenda fuoco. Diciamo ciò alla luce dell’ennesima menzogna utilizzata dagli USA per attaccare militarmente, questa volta la Siria. Trump aveva subito sostenuto che era stata l’aviazione di Assad a bombardare consapevolmente e cinicamente Khan Sheikhoun con armi chimiche, e per questo Assad era stato definito da Trump “un animale” e la Siria bombardata dai caccia USA, in questo aprile. Bene: sono bastati pochi giorni perché dagli stessi USA venisse la notizia che l’accusa ad Assad era una plateale bugia. Che l’aviazione di Assad avesse colpito – come affermava Putin –  un deposito di armi dei “ribelli” (cioè soldati dell’Esercito Libero Siriano costruito sul campo dagli USA, dal Qatar e dall’Arabia Saudita in funzione anti Assad ) senza sapere che esso conteneva agenti chimici, ad affermarlo sono stati l’ex capo degli ispettori Onu Scott Ritter, l’ex capo di gabinetto del segretario di Stato Colin Powell, Lawrence Wilkerson, decine di ex agenti della Cia, della Nsa e dell’intelligence militare e perfino l’ex ambasciatore britannico in Siria, Peter Ford. Cose non nuove negli USA, che richiamano alla memoria la denuncia, fatta teatralmente anche all’ONU,  della “pistola fumante” (poi mai trovata) di Saddam Hussein, per attaccare l’Iraq. Ma al di là questa “tradizione” USA, ciò che oggi è importante sottolineare, dopo l’uscita di tanta parte del potere USA volta a sbugiardare Trump sui fatti di Siria, è come lo stesso potere americano sia diviso, di come vi sia una lotta dura in corso, questione che può inferocire ancor più la parte che vuole la guerra subito, aggravando così il quadro generale.
    La tragica spinta alla guerra proveniente dagli USA segna completamente di sé il nostro Paese, l’Italia. Il capo del governo, il “renziano” Gentiloni, ha preso in questi giorni, alla Casa Bianca, gli ordini da Trump: aumentare considerevolmente il contributo economico italiano per la NATO e far si che siano pronte, per ogni eventuale attacco militare, le basi USA e NATO in Italia, sia contro il Medio Oriente (basi in Sicilia, in Sardegna, in Campania), che contro la Corea del Nord e la Russia (la grande base USA di Vicenza). Intanto far si che dal porto di Livorno partano le navi USA, cariche di armi, per un altro eventuale attacco alla Siria (e le navi da Livorno partono già…).

    Se assieme alla genuflessione mortificante e codina del governo “renziano” agli USA aggiungiamo l’assoluto protagonismo del PD nel voler costruire l’esercito europeo ( altro giro di vite sui lavoratori) non possiamo che giungere ad una conclusione: oggi è proprio il PD il partito che più di ogni altro “garantisce” sia la guerra di Trump , sia la militarizzazione del neo imperialismo dell’UE che il riarmo in Italia. Un partito, il PD, dal quale i comunisti debbono stare lontani, col quale evitare accuratamente ogni alleanza elettorale (magari fatta per  “coazione a ripetere” ) e verso il quale stare solo all’opposizione, sociale e politica.
    Davvero, la guerra, una guerra di vaste proporzioni, è oggi una possibilità che sorge dallo stato reale delle cose. A partire da ciò la constatazione della debolezza estrema, in Italia, del movimento contro la guerra, è una drammatica constatazione. Di fronte ai pericoli che vanno crescendo lungo l’asse Corea del Nord – Mari del Sud della Cina – Russia – Ucraina – Siria, la sottovalutazione della sinistra italiana di questi pericoli si fa segno stesso della debolezza strategica di questa sinistra.

    I comunisti sono invece consapevoli; che venga da essi, dunque, che venga dal PCI l’impegno strenuo ad unire, in ogni città, in ogni paese, l’intera sinistra, le forze operaie, sindacali, democratiche e pacifiste  nella lotta contro la guerra e per ricostruire un movimento di massa per la pace e il disarmo. E’ il compito storico dei comunisti, oggi più che mai necessario rispetto ai pericoli e alle carenze della sinistra italiana.

  • Sulla “Russofobia”

    Sulla “Russofobia”

    Lo scorso 12 aprile il direttore del sito “ Marx XXI”, il compagno Mauro Gemma, pubblica un suo indignato commento in merito ad una “irresponsabile” dichiarazione rilasciata il giorno prima da Erasmo Palazzotto, vice presidente della Commissione Esteri della Camera e responsabile esteri di Sinistra Italiana.

    Il direttore di “Marx XXI”, ricordando, in apertura del proprio commento, che il quattro aprile ultimo scorso la Rada ucraina ( il Parlamento) ha decretato – fatto politicamente, culturalmente e moralmente inquietante – la definitiva riabilitazione dei collaborazionisti hitleriani ucraini; che il testo della legge è stato letto alla Rada da Yury Shukhevych, deputato nazi-fascista e figlio del massacratore di comunisti, di partigiani, di civili ed ebrei Roman Shukhevych; che rispetto a tale, raccapricciante, notizia non vi è stata, in Italia, nel Parlamento italiano, nella sinistra politica e istituzionale italiana nessuna reazione e solo silenzio; ricordando tutto ciò, Mauro Gemma rimarca, con giustificata indignazione, appunto, il fatto che invece – al posto di una condanna della riabilitazione dei filo nazisti nell’Ucraina filo-Usa e filo UE- il deputato di “SI” Erasmo Palazzotto diffonde alla Camera una dichiarazione secondo la quale “Notizie di stampa trapelate dall’estero hanno rivelato che in Cecenia alcune caserme militari sono state trasformate per correggere uomini dall’orientamento sessuale non tradizionale o sospetto…”. Naturalmente, rispetto a ciò, rispetto all’ambigua “credulità” con la quale si fanno proprie le più strampalate e feroci “fake news”, la stigmatizzazione di Gemma è tagliente: “Erasmo Palazzotto… che di quanto avviene in Ucraina evidentemente se ne frega (anche se, vista la sua collocazione nella Commissione esteri, dovrebbe esserne ampiamente informato) e il cui “antifascismo” sembra manifestarsi a corrente alternata, diffonde una dichiarazione sulla base di fantasiose e non meglio precisate “notizie di stampa”, battendo tutti in fatto di russofobia esasperata e falsificazioni, di cui è facile capire la provenienza: quella degli stessi che anni fa presentavano i terroristi ceceni come “eroi” di una guerra di liberazione e che oggi sono impegnati nell’ennesimo tentativo di “rivoluzione colorata”, secondo lo stesso copione applicato a Kiev nel 2014. Sono, del resto, gli stessi, identici argomenti che la propaganda dei nazisti ucraini usa quotidianamente nella sua guerra dell’informazione contro la Russia e a supporto della sua guerra criminale di aggressione nel Donbass. Palazzotto getta altra benzina sul fuoco attizzato da chi sta inasprendo lo scontro con la Russia, negli Stati Uniti, nell’UE e in Italia. E lo fa proprio, con un tempismo che non può passare inosservato, nello stesso momento in cui il presidente della Repubblica si trova a Mosca, con il compito dichiarato di contribuire ad allentare la tensione con la Russia, che tanti danni ha già procurato al nostro paese, in particolare dopo le sanzioni”.

    La critica di Gemma non ha bisogno di ulteriori rafforzamenti e commenti, tanto è chiara, netta e condivisibile. Vogliamo invece, da questa critica, enucleare una parola: “russofobia” e il senso di questa parola indagare.

    Innanzitutto: esiste la russofobia? Si, esiste: essa è un “sentimento”, una “forma dell’anima occidentale”, un delirante “bovarismo” pseudo culturale e pseudo politico borghese e piccolo borghese, una perversione ideologica che oggi – come un tempo – striscia nel corpo dell’ intero occidente capitalistico; una lucida follia che un tempo nacque in Europa per poi trasferirsi, espandersi endemicamente, nel nord America.

    E che cos’è, la russofobia? Essa è qualcosa di più, come suggerisce lo stesso suffisso utilizzato ( fobia) di una semplice paura della Russia; è molto di più: è il panico, la repulsione (dal greco φόβος, phóbos), l’irrazionale terrore verso la storia, la cultura, verso “l’anima russa”, il popolo russo e – dunque – verso il potere politico russo, dell’altro ieri storico, della storia russa di ieri e dell’oggi.

    In una famosa copertina di “The Economist” ( febbraio 2015, titolo: Putin’s war on the West), Putin – a tutta pagina e su sfondo ovviamente oscuro – appare come un uomo dal viso tanto algido quanto feroce, mentre con la mano destra – il grande e maligno Burattinaio – manovra i fili del mondo; in un’altra, altrettanto nota, successiva copertina della rivista britannica, la natura di Putin è ancora più definita: egli appare ( eloquente titolo “Putinism”, occhi rossi e infernali e sguardo terrorizzante ) direttamente nelle sembianze di Dracula.

    Se, dunque, la russofobia esiste e ancora – come per le invasioni napoleoniche ed hitleriane – agisce nella storia ed è funzionale all’attacco ( culturale, politico, militare) occidentale contro la Russia, da dove essa trae origine, come e da dove nasce, come si riproduce ?
    Affidiamoci, per comodità espositiva, all’incipit di una recente recensione che Eugenio Di Rienzo fa del libro di Guy Mettan “Russofobia, Mille anni di diffidenza”, Teti Editore. Scrive Di Rienzo: “La Russia è l’incarnazione del male assoluto, tutto il suo popolo ha lavorato nel corso dei secoli per la rovina degli altri popoli”. Questa frase non è tratta dalla sceneggiatura Doctor Strangelove di Stanley Kubrick… Questa frase, invece, è stata detta a chi scrive da un valoroso studioso di storia dell’Europa orientale nel corso di un’accesa discussione sulla crisi ucraina avvenuta poco più di un anno fa. Benvenuta allora, per avere a disposizione un efficace contro-veleno contro tali perversioni mentali, la traduzione italiana del volume del politico e giornalista Guy Mettan “Russofobia”.

    Partendo dal Medioevo, fino ad arrivare al recente confronto tra Mosca e Kiev, Guy Mettan ricostruisce le linee di forza religiose, geopolitiche e ideologiche di cui si nutre la russofobia europea (britannica, francese polacca, tedesca) e americana. Attraverso una serrata discussione critica delle fonti, Mettan pone in luce le debolezze e le mistificazioni del pregiudizio che ancora oggi porta l’Occidente a demonizzare la Russia e a temere, anche contra evidentiam, il suo presunto imperialismo. La russofobia è un male antico radicatosi nella coscienza europea già alla fine del XVI secolo, quando, nel 1591, il letterato inglese Philip Sydney scriveva: “I Moscoviti, nati-schiavi, godono nel vivere sotto la tirannia e a opprimere le altre nazioni”. Parole cui avrebbe fatto eco, nel 1835, il giudizio del poligrafo francese Saint-Marc Girardin, secondo il quale se la Russia fosse riuscita a sottoporre al suo gioco tutti gli Slavi per servirsi di essi in modo da arrivare a dominare l’Europa, il Vecchio continente avrebbe perso ineluttabilmente la sua libertà, la sua cultura, la sua anima”.

    Ma dopo Di Rienzo sentiamo le parole dello stesso Guy Mettan. In un’intervista rilasciata a Tatiana Santi nel 2016, Mettan afferma: “Può sembrare paradossale, ma la russofobia occidentale è più antica della Russia! In effetti, è iniziata con le rivalità politiche e religiose che hanno contrapposto l’Impero di Occidente, fondato dal Carlo Magno nell’anno 800, all’Impero d’Oriente basato a Costantinopoli; la Chiesa cattolica e quella ortodossa. Carlo Magno era un principe che si ribellò contro il sovrano legittimo dell’Impero romano d’Oriente che regnava a Bisanzio. I suoi successori, che hanno creato il Sacro romano Impero Germanico alla fine del X secolo, sono riusciti ad imporre ai Papi delle riforme religiose contro l’opinione delle Chiese greche d’Oriente, che si erano opposte perché ritenevano tutto ciò un colpo di Stato e non una decisione democratica presa in seno ad un concilio ecumenico universale. In seguito a questo scisma, ufficialmente risalente all’XI secolo, a Roma ebbe luogo una propaganda antiortodossa e antigreca con lo scopo di denigrare gli Orientali sia sul piano politico sia religioso. Quando gli Ottomani conquistarono Bisanzio nel 1453 questi pregiudizi negativi si trasposero sui russi, i quali avevano rivendicato l’eredità politica e religiosa di Bisanzio.

     I pregiudizi occidentali sono di due ordini. Innanzitutto i greci, e quindi i russi, sono dei barbari e i loro sovrani sono dei despoti e dei tiranni. Inoltre sono degli espansionisti, degli annessionisti, delle persone aggressive, le quali non fanno altro che sognare di conquistare e sottomettere l’innocente e virtuoso Occidente…Sono gli stessi pregiudizi che ritroviamo oggi sotto la piuma dei giornalisti occidentali antirussi. È da notare che la russofobia moderna è cominciata in Francia alla fine del XVIII secolo, quando il Gabinetto segreto del re Luigi XV ha forgiato un falso “Testamento di Pietro il Grande”, nel quale il grande zar russo avrebbe comandato ai suoi successori di conquistare l’Europa. Napoleone lo fece pubblicare nel 1812 con lo scopo di giustificare meglio la sua invasione preventiva della Russia nel 1813. Gli inglesi tradussero il libro e lo usarono per giustificare la loro invasione della Crimea nel 1853. Questo pseudo testamento è stato denunciato come falso solo alla fine del XIX secolo, dopo aver ispirato decenni di russofobia francese e inglese…Si tratta della stessa manipolazione che gli americani hanno utilizzato nel 2003 per giustificare l’invasione dell’Iraq. Le false armi di distruzione di massa di Saddam Hussein ci rivelano la stessa mistificazione. Solo una volta commesso il crimine, la verità esplode. La storia è ancora troppo recente per vederci chiaro, ma potremmo scommettere che gli avvenimenti di Maidan in Ucraina a febbraio 2014 rilevano la stessa tecnica di manipolazione. Il putsch che ha permesso di travolgere il governo legale ucraino è stato saggiamente preparato durante lunghi anni da delle campagne finanziate da miliardi versati dagli Stati Uniti, come è stato ammesso dal segretario di Stato aggiunto Victoria Nuland davanti al Congresso (i famosi 5 miliardi di dollari), per essere attivati in favore delle manifestazioni popolari contro il governo, d’altronde legittime data la corruzione diffusa. Il risultato è che il governo attuale si rivela altrettanto corrotto che quello precedente, ma questo non interessa alcun media occidentale…Il discorso occidentale antirusso si appoggia sui due principi di cui parlavo prima: l’Occidente incarna il Bene, i valori universali, la democrazia, i diritti dell’uomo, la libertà (soprattutto economica), mentre la Russia rappresenta l’autocrazia, il nazionalismo revanscista, la negazione delle libertà dell’individuo. Questo discorso bianco-nero strumentalizza senza vergogna l’opinione pubblica, perché questa sostenga la rimilitarizzazione dell’Europa e il rafforzamento della NATO, che non ha smesso di allargarsi in 20 anni con l’integrazione di tutta l’Europa dell’Est, e ora del Montenegro. Senza parlare del vassallaggio dell’Ucraina, della Svezia, della Georgia e anche della Svizzera “neutra” che partecipa alle sue esercitazioni in nome di un “partenariato per la pace”, che in realtà è solo un giro di parole…Più che dei professionisti interessati ad informare, i giornalisti dei principali media occidentali sembrano dei registi. L’opposizione fra i “buoni”, gli Occidentali, e i “cattivi”, i russi, nonché la demonizzazione della Russia, presentata come una minaccia per l’Occidente, diventano così degli elementi essenziali del discorso mediatico occidentale”.

    La citazione di Guy Mettan è lunga, ma di grande efficacia e poiché, come diceva Balzac “ L’originalità è un mito della piccola borghesia”, è meglio utilizzare la compiuta chiarezza di Mettan, per far luce sui primordi e sulle degenerazioni della russofobia, piuttosto che rubargli le parole e intestarcele.
    Certo è che la russofobia impiega, per costituirsi e radicarsi come una sorta di inconscio nella struttura psicologica e culturale dell’ “uomo occidentale” (non diciamo appositamente “europeo”, poiché sposiamo l’affermazione razionale di Charles De Gaulle: “L’Europa va dall’Atlantico agli Urali”, constatazione che tanto servirebbe, oggi, a chi, dalle postazioni dell’Unione Europea, demonizza sia la Russia che Putin e demonizza sino a giungere all’embargo economico e alle minacce di guerra) impiega, dicevamo, diversi secoli e si organizza su mille pregiudizi, travisamenti e falsità. Affermazione, questa, che peraltro non ha nulla di assolutamente nuovo: basterebbe rievocare l’opera di Edward Said ( “Orientalism”, del 1978) per capire come l’Occidente ha storicamente letto l’Oriente. Muovendo dalle riflessioni, tra gli altri di Antonio Gramsci e Michel Foucault, Said ha messo per sempre in luce il carattere mistificatorio della nozione occidentale di “Oriente”, funzionale – per Said – sia alla costruzione, per forzata contrapposizione ontologica, alla costruzione della stessa concezione di “Occidente”, sia per rinchiudere le cosiddette culture orientali in stereotipi e generalizzazioni che potevano giungere al “disumano” ( pensiamo alla demonizzazione e alla de-storicizzazione disumanizzante di Attila, di Ivan il Terribile o di Stalin, ad esempio…) e – infine – per fornire le basi materiali al dominio, sull’ “Oriente”, dell’imperialismo occidentale.
    Centinaia sarebbero le tappe della via crucis “culturale”, “filosofica”, “ideologica” occidentale lungo la quale è stata infine crocifissa la Russia e lungo la quale ha preso corpo la russofobia e le sue ramificazioni degenerative.

    Di notevole importanza, ad esempio, è ciò che rievoca Eugenio Di Rienzo: “Subito dopo la fine della prima guerra mondiale, l’Ucraina divenne il perno del progetto Prometeizm, elaborato dal maresciallo Józef Piłsudski fin dal 1904 e perseguito dai suoi successori ancora alla vigilia del secondo conflitto mondiale con l’obiettivo di mettere la Polonia a capo di un movimento destinato ad emancipare le nazionalità non russe (ucraina, caucasiche, di etnia turca), un tempo sottomesse a San Pietroburgo e in seguito a Mosca. Il Prometeizm doveva portare alla creazione di una Federazione politico-militare (Międzymorze), diretta a provocare la distruzione della potenza economica e militare russa, estesa dal Mare del Nord, al Golfo di Botnia, al Baltico, al Mar Nero, al Mediterraneo, comprensiva in primo luogo dell’Ucraina e poi di Cecoslovacchia, Ungheria, Paesi scandinavi e baltici, Italia, Romania, Jugoslavia, Grecia.

    Questo programma, significativamente riproposto nel 2012 in una versione solo leggermente modificata, all’attenzione del Dipartimento di Stato statunitense, ha dato luogo, in coincidenza con la crisi ucraina, al cosiddetto progetto Intermarium. Un patto di mutua assistenza, promosso dal Pentagono, esteso dal Baltico al Mar Nero al Caspio, che avrebbe dovuto essere sottoscritto da Polonia, Lituania, Estonia, Lettonia, Moldavia, Romania, Georgia, Azerbaigian, Turchia, indirizzato a rendere possibile lo smembramento della  Federazione Russa e la sua definitiva liquidazione come potenza eurasiatica. Si avverava così l’auspicio formulato da un altro polacco, Zbigniew Brzezinski (già consigliere della Sicurezza nazionale sotto la presidenza di Jimmy Carter), nel 1997, nel 2004 e ancora nel 2012, che puntava all’obiettivo di “una Russia frammentata in una Repubblica europea, una Repubblica di Siberia e una Repubblica asiatica, più idonee ad assicurare lo sfruttamento delle risorse e del potenziale economico di quella terra, troppo a lungo dilapidati dall’ottusa burocrazia moscovita”.

    E serve ricordare con quali argomentazioni razziste ( “il bestiale popolo russo”) la Francia di Napoleone Bonaparte, nel 1812, prepara l’invasione in Russia? Un’invasione pari solo, nella sua spropositata forza militare ( 700 mila soldati, una Grande Armata di uomini provenienti da tutte le regioni e da tutti gli Stati dell’Impero), all’odio ideologico antirusso dell’intellighenzia imperialista francese. Ma ciò è conosciuto, mentre meno conosciuta, poiché strumentalmente rimossa dalla cultura egemonica occidentale, è la risposta “filosofica” ( la stessa che muoverà il popolo russo contro l’invasione hitleriana) con la quale la Russia resiste a Napoleone: Отечественная война, Otečestvennaja vojna, termine col quale ci si riferisce al carattere nazionale e popolare russo messo in campo contro l’invasore straniero. Quello spirito già identificato da Puskin (“il vasto, profondo, inestirpabile spirito popolare russo”) che il grande scrittore mette in contrapposizione alla coscienza che le “elite” intellettuali, sia russe che, soprattutto, occidentali, puntano a mettere in campo per formare “ la coscienza di una società sradicata, senza più terra”. Cioè, “traducendo” Puskin, una coscienza borghese senza più anima, se non quella segnata dall’egemonia del narcisismo individuale di carattere totalmente borghese. Muovendo da Puskin, peraltro, si potrebbe azzardare ( ma non è certo questo lo spazio consono per sviluppare la tesi) un confronto tra la profonda e ancora in gran parte inalterata spiritualità del pensiero religioso ortodosso russo e il pensiero religioso cattolico d’Occidente, molto attraversato ( come lo stesso Papa Francesco denuncia) dagli stessi violenti processi di mercificazione che segnano di sé l’ intera società capitalistica. E anche questo per capire la vasta provenienza delle continue ondate russofobiche.

    La stessa “Operazione Barbarossa”, l’invasione da parte di Hitler dell’Unione Sovietica, fu, non a caso, la più grande operazione militare della storia, organizzata dal nazifascismo a nome dell’intero occidente capitalistico e antirusso.

    E certo è che agli occhi dell’Occidente capitalistico, già pieni d’odio ontologico verso la Russia, la Rivoluzione d’Ottobre rappresentò la ratifica finale della stessa “diversità umana” della Russia e del popolo russo. Scrisse incredibilmente (ma non tanto incredibilmente, a ben vedere) nel 1932 l’economista democratico, John Maynard Keynes che “l’oppressione dittatoriale dei Soviet non era altro che il logico risultato della bestialità della natura russa e di quella giudaica, ora fusesi insieme”, essendo “la crudeltà e la follia della “Nuova Russia” (comunista) del tutto identiche a quelle della “Vecchia Russia” (zarista)”.

    La descrizione delle tante tappe che hanno formato la via crucis alla fine della quale, nell’immaginario collettivo occidentale, è stata crocifissa la Russia e tutta l’Europa dell’Est e sulla quale si è sostanziata la russofobia, potrebbe prendere lo spazio di un lungo libro e, qui, non è il caso di farlo.

    Riprendiamo, però, la copertina del “The Economist” già citata, quella in cui appare il viso di Putin con gli occhi iniettati di sangue alla Dracula. Vedremo come ciò non sia affatto casuale. Nel 1987 lo scrittore irlandese Bram Stoker scrive, appunto, il romanzo “Dracula”. Il Vampiro sanguinario uscito dalla penna di Stoker diverrà, attraverso la letteratura, il cinema e l’intera struttura mediatica occidentale, un vero e proprio personaggio mitologico, volto ad incarnare – in modo, insieme, esplicito e inconscio – “l’orrore insito nell’ oscurità – come scriveva lo stesso Stoker- della Transilvania” e, per estensione mitologica, in tutta l’Europa dell’Est ( demonizzazione di un’intera area geografica e storica funzionale alla successiva demonizzazione del “socialismo realizzato” e, oggi, degli immigrati albanesi o rumeni). La cosa singolare, tuttavia, è che il Dracula di Stoker ( e tutti i vampiri successivi della sterminata letteratura e filmografia che si sono ispirati al suo romanzo) – che tutta la letteratura occidentale individua nel personaggio storico del Principe Vlad, della Transilvania – è una totale invenzione letteraria e una terribile mistificazione della storia, dai caratteri platealmente razzisti e colonialisti. In verità – come si studia normalmente in ogni liceo di Bucarest- Dracula, il Principe Vlad Tepes della “tenebrosa” Transilvania, altri non era che un grande intellettuale e un grande rivoluzionario – un insieme di Mazzini e Garibaldi, ma rumeno – che tutta la vita lottò contro l’oppressione dell’impero ottomano, per l’indipendenza, l’unità e la libertà del popolo della Romania. Ma l’imposizione della figura mitologica del Dracula vampiro da parte della cultura colonialista occidentale spiega bene il perché, oggi, il “The Economist” tratteggia Putin con le sembianze del Dracula di Stoker e anche il perché Stalin sia stato trasformato anch’esso in un Dracula sovietico.

    E il comunismo come “male assoluto”, nella propaganda occidentale; gli orrori antidemocratici del maccartismo USA; la gigantesca rimozione storica e culturale in relazione al contributo determinante dell’Armata Rossa per la vittoria sul nazifascismo; i manifesti della Democrazia Cristiana del secondo dopoguerra, in cui i bolscevichi mangiavano, letteralmente, i bambini e molti ci credevano; la funzione dell’anticomunismo viscerale nelle vittorie berlusconiane? Non sono anch’esse derivazioni, almeno in buona parte, della stratificazione ideologica della russofobia?

    Un dogma reazionario e imperialista – la russofobia- che in questa fase storica e per ragioni palesemente legate agli interessi imperialisti, sembra di nuovo esplodere. Scrive Gennaro Sangiuliano, sul “Sole 24 Ore” ( non sulla Pravda!) del 19 giugno 2016: “ Molte vicende, negli ultimi anni sono state raccontate con una prospettiva molto parziale. L’Occidente definì brutale l’intervento russo in Cecenia; ora che i ceceni si sono dimostrati i più feroci tagliagole che operano in Siria e in Iraq, molti analisti convergono nel ritenere che forse Putin ha evitato l’insorgere di un pericoloso califfato nel Caucaso. Allo stesso modo, va riconsiderata la posizione di Putin che, nel 2003, non volle aderire all’operazione per spodestare Saddam Hussein in Iraq, giudicandola avventata. Così abbiamo urlato per la distruzione di Palmira ma poi è toccato ai russi liberarla, come già fecero con il grande tributo di sangue nella lotta al nazismo”. E prosegue ancora Sangiuliano nello stesso articolo del “Sole 24 Ore”: “L’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines è stato addossato ai separatisti filorussi, prima ancora delle verifiche degli organismi internazionali. L’intera vicenda Ucraina è stata raccontata secondo lo schema lineare e un po’ banale dell’aggressione russa, senza valutare la memoria di un passato lacerante, le nostalgie filonaziste dell’estremismo ucraino, gli eccessi della classe dirigente locale, gli assetti della geopolitica. Mettan (il già citato autore del libro “Russofobia”, n.d.r.) esamina il referendum in Crimea: “il fatto che il 95% degli abitanti si sia pronunciato a favore dell’Unione con la Russia non ha avuto alcuna importanza”. E pochi hanno ricordato che un analogo referendum si svolse nel gennaio del 1991, con lo stesso risultato”.

    Un punto alto del ritorno militante della russofobia è senza dubbio la Risoluzione n° 758 del 4 dicembre 2015, passata alla Camera dei Rappresentanti USA con 411 voti favorevoli e 10 (10!) contrari. Rispetto a questa Risoluzione scrive il “Der Spiegel” ( la rivista tedesca di maggior tiratura, non certo un terribile foglio rivoluzionario) il successivo 12 dicembre: “La Camera dei Rappresentanti ha portato il mondo un passo più vicino alla tragedia. La risoluzione accusa la Russia di scatenare un’aggressione militare contro l’Ucraina, la Georgia e la Moldavia e chiede aiuti militari e di intelligence per l’Ucraina. Il documento chiede agli alleati della NATO, ai partner degli Stati Uniti in Europa e alle nazioni in tutto il mondo «di sospendere ogni forma di cooperazione militare con la Russia e di vietare la vendita al governo russo di materiale militare letale e non letale”. La Camera dei Rappresentanti vuole che l’Ucraina e l’Unione europea frenino l’interazione con la Russia e inaspriscano le sanzioni. Inoltre, si invitano l’Ucraina e l’Unione europea a respingere le forniture energetiche russe. I rappresentanti minacciano direttamente la Federazione russa e la accusano di violare il trattato INF, Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty. Infine, la Camera suggerisce che gli Stati Uniti intensifichino la guerra d’informazione con la Russia. Nel documento si “ invitano il Presidente e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti a sviluppare una strategia di coordinamento multilaterale per la produzione o comunque la diffusione di notizie e informazioni in lingua russa nei paesi con significative minoranze di lingua russa”. E il “Der Spegel”, nello stesso articolo, ricorda che in un’intervista allo stesso giornale di una settimana prima, ( un’intervista dal titolo eloquente: “Una guerra è l’unica cosa che può salvare un dollaro morente?) il 91 enne Kissinger aveva già evocato il pericolo e la follia di una tale Risoluzione da parte degli USA.

    L’intervento USA-UE-NATO in Ucraina che costruisce sul campo, in funzione anti russa, un esercito nazi fascista; la lunga guerra in Afghanistan volta a dislocare basi NATO ai confini russi; le provocazioni anti russe in Cecenia; le sanzioni economiche dell’occidente capitalistico contro Mosca; le ultime provocazioni anti Putin di Trump in Siria; la demonizzazione caricaturale di Putin e l’ enfatico appoggio occidentale ad ogni contestazione interna anti Putin: tutto ci dice che, di nuovo, la russofobia è tornata in campo a servire gli interessi imperialisti. Scrive Sergio Romano sulla sua biografia politica di Putin ( Longanesi editore, 2016) : “L’intervento russo in Siria non sembra aver cambiato, se non in peggio, la percezione della Russia in Occidente. Le ultime manovre della NATO in Europa sono state organizzate nel giugno 2.016. Il loro nome in codice è “Anaconda 16” ( un serpente costrittore che soffoca la preda), i Paesi che hanno partecipato sono stati più di 20 e i soldati inviati sui confini della Russia non meno di 30 mila ( di cui 14 mila americani), con un numero imprecisato di carri armati, aerei, navi. Le esercitazioni hanno compreso un attacco notturno con elicotteri, un lancio di paracadutisti, la costruzione di un ponte sulla Vistola. Il loro obiettivo, tra gli altri, era quello di integrare il comando nazionale polacco in un contesto multinazionale; quasi una prova generale per il giorno in cui sarebbe scoppiata una terza guerra mondiale, non lontana dai luoghi in cui era cominciata la seconda”.

    Le parole di Sergio Romano sono terribili quanto verosimili: l’imperialismo USA in crisi strategica non sembra affatto scartare la guerra mondiale contro il tandem Russia-Cina. Ciò che in qualche modo ci conforta è che ogni volta che l’Occidente ci ha provato, a travolgere militarmente la Russia, lo spirito russo ha reagito e vinto. Scriviamo mentre Trump interviene militarmente nello Yemen; mentre pensa di bombardare nuovamente la Siria; mentre rafforza le truppe nazifasciste a Kiev; mentre invia la flotta Usa (la sua grande “armada”) verso i mari della Corea del Nord; mentre prosegue il rafforzamento, già ordinato da Obama, della presenza navale militare USA nei Mari del Sud della Cina, e ci viene da pensare: tutti pericoli che richiederebbe una ben più sostanziosa solidarietà internazionalista e antimperialista di quella che mettono in campo, oggi, uomini di sinistra come Erasmo Palazzotto.

  • Nuovo attacco USA in Siria. Il PCI dice “No!”

    Nuovo attacco USA in Siria. Il PCI dice “No!”

    Questa mattina, alle 2.30, 59 missili Tomahawk sono stati lanciati da due portaerei USA al largo del Mediterraneo contro la base di Al Shayrat, in Siria. Donald Trump ha dichiarato guerra e ha già iniziato l’attacco militare – come i suoi predecessori, come aveva già affermato di voler fare Hillary Clinton – contro un Paese già distrutto da una violentissima guerra imperialista, dall’esercito USA e dalla NATO.

    Trump ha affermato che l’attacco militare USA sarebbe una risposta alla strage di Khan Sheikhoun, dove martedì mattina sono morte più di 80 persone, fra cui 28 bambini, strage prontamente addebitata all’esercito di Assad.

    L’affermazione di Trump è chiaramente un cinico e volgare pretesto volto all’attacco militare, che in ogni modo si voleva scatenare: ogni serio analista di politica internazionale, infatti, rileva come oggi – in relazione alle vittorie militari che Assad ha conseguito sul campo sia contro l’ISIS che contro lo stesso “Esercito Libero” costruito dagli USA e dai suoi alleati – l’utilizzo delle armi chimiche da parte della Siria sarebbe un suicidio politico. Le affermazioni di Trump volte ad attribuire ad Assad le colpe dell’orrenda strage di Khan Sheikhoun non si scontrano solo con le dichiarazioni del governo siriano, che respinge duramente le accuse USA; non si scontrano solo con le posizioni russe che definiscono “provocatorie e inaccettabili” le motivazioni USA all’attacco militare: le affermazioni di Trump si scontrano anche con i giudizi di grandi e cristalline personalità politiche, intellettuali e religiose che vivono la tragedia siriana dall’interno, come il vescovo di Aleppo, che si è dichiarato “per nulla convinto della responsabilità di Assad per la strage di Khan Sheikhoun”.
    Ciò che è evidente è che il nuovo attacco militare USA contro la Siria altro non è che il prolungamento del lungo e strategico attacco imperialista contro l’intera regione mediorientale, attacco orrendo e sanguinario che prosegue, impunito, da decenni e che ha già visto la completa distruzione dell’Iraq, della Libia e della Siria, con centinaia di migliaia di morti e dispersi, di interi popoli gettati nella disperazione e nella fame, di intere nazioni distrutte. E tutto ciò – questo si, senza ombre di dubbio! – storicamente attribuibile alle aggressioni imperialiste guidate dagli USA e dalla NATO! Di ciò occorrerebbe parlare e non si parla. Per questo lungo orrore occorrerebbe portare i governi e i presidenti USA degli ultimi vent’anni di fronte ad un nuovo Tribunale di Norimberga!

    Ed è altrettanto chiaro che gli USA e la NATO, mentre ritengono di aver finito il lavoro sporco in Iraq e in Libia – dove, oltre aver distrutto gli interi Paesi, hanno assassinato i legittimi gruppi dirigenti, gli uomini di governo e i leader, come Saddam Hussein e Gheddafi, imponendo governi amici degli USA – in Siria non ce l’hanno fatta: hanno “solo” distrutto il Paese senza aver potuto assassinare Assad. E l’obiettivo di cacciarlo e conquistare la Siria evidentemente è l’ obiettivo che resta nel mirino USA. E’ a partire da ciò, dalla frustrazione USA verso la vittoria militare e politica conseguita in Siria dall’asse Assad – Putin contro l’ISIS e contro l’ “Esercito Libero” filo americano, che va compreso il nuovo attacco USA contro la Siria, l’aggressione militare condotta da Trump, sempre a nome dell’imperialismo USA.
    Nel momento in cui, ora, Trump attacca militarmente la Siria con la motivazione della strage di Khan Sheikhoun, va ricordato come, con una scusa feroce e cinica, gli USA e la NATO attaccarono la Siria nel 2011: allora, un vasto arco di forze imperialiste ( USA, Francia, Arabia Saudita, Qatar,Turchia,Gran Bretagna) investirono politicamente ed economicamente nella costruzione del “movimento sociale arancione” contro Assad e ancor più investirono nella costruzione dell’ “ Esercito Libero Siriano” contro Assad, “ Esercito Libero” di 100 mila uomini che si unì, nella lotta militare contro il legittimo governo siriano, ai jiadisti di Al-Nusra e alle milizie del Califfato. Quando le forze dell’ordine di Assad risposero agli attacchi sempre più forti e destabilizzanti del “movimento arancione” e quando l’esercito regolare e statuale di Assad rispose agli attacchi militari dell’ “Esercito Libero” unito ai jiadisti di Al-Nusra e al Califatto, allora scattò la “scusa” USA e NATO, e iniziò l’attacco militare imperialista contro la Siria, che portò ai 300 mila morti, ai 2 milioni di siriani senza più casa, ai 4 milioni di siriani fuggiti dal loro Paese, alla distruzione dell’intera Siria e alla vittoria degli USA e del Califfato. E ora che Assad, sostenuto dalla Russia di Putin, ha reagito e sconfitto sul campo sia l’ “Esercito Libero” imperialista che il Califfato – questo è il punto! – gli USA attaccano di nuovo.

    Va notato come l’illusione che alcuni avevano nutrito – anche a sinistra – di un Trump “diverso” e meno incline alla guerra e alla politica imperialista dei suoi predecessori e della stessa Hillary Clinton, sia stata davvero una pia illusione: l’imperialismo USA ha immediatamente infarcito di generali di guerra lo stesso governo Trump, ristabilendo immediatamente il principio di chi comanda davvero negli USA e chi manovra i Presidenti- fantocci: il potere economico-militare imperialista statunitense.

    Va notato, per finire, come l’attacco militare con i 59 missili Tomahawk USA contro la Siria, in questa nuova alba tragica, sia partito contemporaneamente all’incontro, in Florida, tra Trump e il leader cinese Xi- Jinping: una chiara e alta provocazione di guerra anche contro la Cina, a conferma della pulsione militare del fantoccio Trump in mano al potere economico e all’apparato industriale bellico nord americano.
    Dall’attacco militare allo Yemen di questi giorni; dalla minaccia di guerra contro la Corea del Nord di queste ore; alle stesse minacce contro la Cina, sino alla nuova guerra già iniziata contro la Siria, Trump “promette” guerra ovunque.

    Il pericolo della guerra mondiale imperialista, pericolo mia cessato, torna prepotentemente a dichiararsi: è tempo, davvero è tempo, che le forze comuniste, di sinistra, democratiche, pacifiste tutte, tornino, unite, in campo, a lottare e a ricostruire ciò che manca da troppo tempo: un movimento di lotta e di massa contro la guerra. Contro le politiche imperialiste, contro il riarmo e per l’uscita dell’Italia dalla NATO.
    IL PCI è in campo, sarà in ogni piazza, a lottare e a costruire la più vasta unità contro la guerra.