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Tsipras cede ancora ai diktat dell’Ue. La lezione per i comunisti in Italia

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Come mai la Grecia sembra quasi sparita dalla cronaca politica? Va finalmente tutto bene? E il popolo greco è uscito fuori dalla tragedia sociale in cui è stato immerso dalle pietre al collo del FMI, dalla BCE, dall’Eurogruppo e da Berlino? Vi ricordate le decine di suicidi dei lavoratori e dei pensionati greci, ma anche dei piccoli imprenditori, dei commercianti, che – tra gli anni 2010 e 2015 – sceglievano, appunto, la morte di fronte alla perdita del lavoro, dell’arrivo della miseria nera o della chiusura dell’azienda o della piccola bottega? Non si sente più nulla: tutto bene ad Atene? Oppure, non si sente più nulla perchè le le grandi lotte sociali, condotte da Syriza, dal Partito Comunista di Grecia, dai sindacati di classe greci, che portarono Tsipras alla vittoria, che facevano tremare la Merkel e tutta Bruxelles sono lotte da tempo spente, da parte di Syriza, e cancellate dal “rientro” di Tsipras nei ranghi del liberismo dell’UE? E questa, questa seconda, la risposta: la Grecia è sedata, narcotizzata dalla drammatica genuflessione di Tsipras alle regole di Maastricht; il popolo tace; Atene non impaurisce più gli assetti neo imperialisti di Bruxelles; i fari si sono spenti su Piazza Syntagma e – rotto solo dalle lotte dei comunisti – il silenzio avvolge la Grecia.

Ma se sulla Grecia è calato il silenzio, da essa non è uscita la tragedia sociale.
Come prosegue il tradimento di Tsipras? Prosegue diritto come un treno e tutta l’energia che Syriza metteva un tempo per organizzare le lotte sociali contro le politiche che Nuova Democrazia (la destra che governava prima dell’avvento di Tsipras) dispiegava per ordine di Berlino, è un’energia che ora Tsipras dispiega per ottenere nuovi prestiti-capestro per il suo Paese e per imporre altre politiche di lacrime e sangue sul popolo greco.

E’ di pochi giorni fa, infatti, l’ennesimo prestito ottenuto da Atene da parte dei creditori europei: 8,5 miliardi di dollari. Detto così, sembra una sorta di fredda operazione bancaria, somigliante a quelle che fanno i normali cittadini, quando sono in difficoltà. In verità, il dramma – sociale, politico, etico – sta tutto dentro il processo attraverso il quale Tsipras giunge ad ottenere il nuovo prestito.

Come inizia, questo percorso che porta agli 8,5 miliardi di dollari che entro l’estate dovranno “dare nuovo respiro” alla Grecia, come affermano, molto ipocritamente, i funzionari e i dirigenti dell’ Eurogruppo, che sanno bene, invece, che questo nuovo prestito non farà altro che indebitare ancor più Atene e ancor più incatenarla ai vincoli liberisti di Bruxelles?

Inizia con la richiesta del prestito che Tsipras, coda tra le gambe, inoltra a Bruxelles; prosegue con una vasta discussione tra il FMI, la BCE e Berlino. Berlino si dichiara favorevole al prestito degli 8,5 miliardi di dollari a due condizioni: la prima è che l’Eurogruppo garantisca il rientro del prestito tedesco attraverso un nuovo giro di vite sulla società greca; la seconda è che il FMI aiuti Atene a pagare il nuovo credito tedesco attraverso un proprio prestito di 2 miliardi di dollari da versare ad Atene verso gli ultimi mesi del 2017.
Christine Legarde, Direttrice del FMI, è altrettanto chiara e vincola il proprio versamento di 2 miliardi di dollari ad Atene alla condizione che, immeditamente, Bruxelles e Berlino impongano a Tsipras nuovi tagli sociali. Il compromesso internazionale convince il ministro tedesco Wolfang Schaeuble, che solo attraverso i due “si”, dell’Eurogruppo e del FMI, poteva cercare il consenso al pacchetto economico da parte del Parlamento tedesco, consenso che infatti ottiene. E il cerchio, complicato e barocco quanto lucidamente perverso, si chiude: Atene avrà da Berlino i primi 8,5 miliardi subito, in gran parte prima di questa estate 2017 e il resto nell’autunno e avrà, successivamente, i 2 miliardi di dollari dal FMI, che serviranno ad Atene per iniziare a ripianare l’ultimo debito contratto con Berlino: una via crucis infinita, un giro della morte.
In cambio, il governo Tsipras, eletto dal popolo greco per combattere contro la dittatura economica e politica dell’UE, avvia immediatamente ( tra aprile, maggio e giugno 2017, cioè ora) nuove misure duramente antipopolari, le solite, quelle stesse che imponeva la destra liberista greca di Nuova Democrazia: privatizzazioni, tagli alle pensioni, ai salari e allo stato sociale.

Sempre occorrerà ricordare che al referendum consultivo del luglio 2015, riguardante l’approvazione del piano proposto dai creditori internazionali per parte della Trojka ( Commissione europea, BCE e FMI) vinse il no all’accordo e che fu circa il 62% del popolo greco a votare no; sempre occorrerà ricordare che fu il Primo Ministro greco, Alexis Tsipras, il 27 giugno del 2015, a ratificare il referendum e a far schierare sia il governo di sinistra che tutta Syriza per il no; sempre occorrerà ricordare ciò che affermò l’allora ministro Yanis Varoufakis, prima del referendum: “ Quello che stanno facendo con la Grecia ha un nome: terrorismo. […] Perché ci hanno costretto a chiudere le banche? Per instillare la paura nella gente. E quando si tratta di diffondere il terrore, questo fenomeno si chiama terrorismo. Ma confido che la paura non vincerà ”.
E mai occorrerà dimenticare le prime dichiarazioni, dopo la vittoria popolare del no al referemdu, di Tsipras: “ I greci hanno fatto una scelta coraggiosa, che cambierà il dibattito in Europa. […] La Grecia da domani vuole sedersi di nuovo al tavolo delle trattative: vogliamo continuarle con un programma reale di riforme ma con giustizia sociale e dobbiamo “riarticolare” la questione del debito”. Mai dimenticare, dopo il referendum e la prima proposta di Tsipras di intavolare la trattativa tra Grecia ed UE “ su basi nuove e non più subordinate”, le dimissioni da ministro delle Finanze di Varoufakis, dimissioni anunciate con una frase su twitter “Minister no more!” e rassegnate “ per favorire l’intesa del governo greco con la controparte europea”, poichè era già stato lo stesso Eurogruppo – per voce dei suoi più importanti rappresentanti – ad avere espresso il desiderio di non trattare più con Varoufakis. E certo mai dovremo dimenticare che, rispetto all’aut-aut dell’Ue successivo alla vittoria popolare del no al referendum ( “ Ora la Grecia deve scegliere se uscire dall’Eurozona o accettare il memorandum dell’UE”) Tispras scelse la seconda strada e dopo l’approvazione in Parlamento di quel memorandum liberista, l’ala radicale di Syriza, guidata da Panagiotis Lafazanis, abbandonò il partito fondando Unità Popolare e schierandosi all’opposizione del governo, che abbandonò Syriza anche Varoufakis e che fu proprio la sottoscrizione del memorandum a provocare la scissione dell’ala radicale di Syriza.

E, ancora: mai dovremo rimuovere il fatto che Syriza di nuovo vinse le nuove elezioni politiche nazionali del successivo 20 agosto 2015 per intraprendere, poi, una linea politica di totale genuflessione ai diktat dell’Eurogruppo, una linea che ha portato in Grecia anche agli ultimi, dolorosissimi tagli sociali, volti ad ottenere altri crediti internazionali e altri cappi – in un avvitamento sempre più demoniaco – atti al soffocamento dell’economia e della democrazia della Grecia e atti al peggioramento continuo della vita quotidiana dello stesso popolo greco.

Occorre che tutto ciò diventi, almeno, un avviso ai naviganti della sinistra italiana: una forza politica di sinistra vaga, come Syriza, una forza, nell’essenza, socialdemocratica, si rivela – negli scontri definitivi con le controparti capitalistiche e imperialiste – fortemente corruttibile e conseguentemente, specie in questa fase storica e dentro il duro conflitto di classe imposto dall’UE, necessaria più che mai è la presenza – certo più forte di quella attuale – di una forza, di un partito comunista che punti a guidare la lotta e, insieme, a lavorare per l’unità dell’intera sinistra di classe. Lavorare per un partito comunista più forte, unire i comunisti in una sola forza organizzata sarebbe ed è, dunque, il primo compito dei comunisti in Italia – dirigenti e militanti – e certo il compito non è quello, come purtroppo propone ancora Rifondazione Comunista, di sciogliere anche i comunisti in un ennesimo “soggetto unico della sinistra”. Come Syriza?

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