E’ la forma più precoce di diagnosi prenatale e consente di scongiurare il rischio di gravissime malattie genetiche. Quando e perché richiederla
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Giornata Mondiale contro il Cancro: il punto sulla crioconservazione per preservare la fertilità della donna
Il 4 febbraio ricorre la Giornata Mondiale contro il Cancro: l’importanza della crioconservazione per preservare la fertilità della donna
DIVENTARE MADRI DOPO IL TUMORE E’ POSSIBILE
Il Prof. Antonio Pellicer, Presidente IVI, fa il punto sui risultati raggiunti dalla ricerca scientifica e dalla pratica clinica nella crioconservazione degli ovociti in pazienti oncologiche
· Circa il 10% dei casi di cancro riguarda donne al di sotto dei 45 anni
· Oggi i tassi di successo della fecondazione in vitro che impiega ovociti congelati sono simili ai risultati ottenuti con ovociti freschiRoma, 2 febbraio 2017
Il prossimo 4 febbraio ricorre la Giornata Mondiale contro il Cancro, patologia che solo in Italia fa registrare un significativo incremento di pazienti: erano 2 milioni e 244 mila nel 2006; sono aumentati sino a oltre 3 milioni nel 20161. Nel 2020 saranno 4 milioni e mezzo1. Ogni giorno circa 1.000 persone ricevono la diagnosi di tumore1.
Uno degli aspetti più delicati legati al cancro è quello della fertilità, a causa delle cure oncologiche che possono compromettere la capacità riproduttiva delle pazienti: circa il 10% dei casi di cancro riguarda, infatti, donne al di sotto dei 45 anni2, per le quali è sempre più forte l’esigenza e la necessità di preservare il proprio potenziale riproduttivo.
“La crioconservazione degli ovociti – commenta il Prof. Antonio Pellicer, Presidente IVI e co-direttore di Fertility and Sterility – rappresenta una grande opportunità per le pazienti oncologiche che, dopo aver affrontato una malattia grave come il tumore, non vogliono rinunciare al desiderio di diventare madri. La ricerca scientifica e la pratica clinica hanno fatto passi da gigante e oggi i tassi di successo che si ottengono dalla fecondazione in vitro che impiega ovociti congelati sono simili ai risultati ottenuti con ovociti freschi2”.
La richiesta di preservare la fertilità è in costante aumento perché sono aumentati i tassi di sopravvivenza ai tumori. Sono due le neoplasie più frequenti: il nemico numero uno per gli uomini è il tumore della prostata, mentre per le donne è quello della mammella. I due tumori presentano però sopravvivenze a cinque anni di oltre il 90%, con percentuali ancora più elevate per i tumori che vengono diagnosticati allo stadio precoce1.
“In occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro, vogliamo sensibilizzare le numerose donne che ricevono una diagnosi di tumore e che ancora non hanno avuto figli – afferma Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma – ad attivarsi subito per congelare i propri ovociti: il desiderio di genitorialità non deve essere, infatti, trascurato e messo da parte a fronte delle cure per sconfiggere la malattia. Dal 2007 ad oggi presso i nostri Centri IVI sono nati 17 bambini da donne che hanno superato il tumore e sono oltre 850 le pazienti oncologiche che si sono rivolte a IVI per sottoporsi a un trattamento di vitrificazione degli ovuli per preservare la propria fertilità”.
In Spagna i centri IVI offrono a titolo gratuito la possibilità di conservare ovociti e sperma a tutti i pazienti oncologici, senza imporre vincoli sull’utilizzo degli stessi.
Bibliografia:
1 Registro Airtum 2016
2 Catrin E. Argyle et al, “Oocyte cryopreservation: where are we now?” – Human Reproduction Update,Vol 22,No. 4, 2016
IVI – Instituto Valenciano de InfertilidadIVI ha aperto le porte nel 1990 come primo Istituto medico in Spagna specializzato nella riproduzione umana. Attualmente conta più di 60 cliniche in 11 paesi ed è leader europeo nel campo della medicina della riproduzione. Ha aiutato a nascere 125.000 bambini.
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Donne infertili, una su cinque per diventare mamma deve ricorrere all’ovodonazione
“È ormai evidente come siano molte e differenti le cause che possono provocare problemi di infertilità in una donna. L’infertilità femminile è un capitolo estremamente vasto che oggigiorno può trovare soluzioni molto differenti. L’ovodonazione è il passaggio ultimo, ma non così raro, cui rivolgersi per avere un figlio. Stimiamo infatti che, tra quante pazienti hanno problemi di infertilità, almeno una su cinque per coronare il sogno di diventare madre abbia la necessità di fare ricorso all’ovodonazione, ovvero debba ricorrere ad ovuli donati da un’altra donna e fecondati con il seme del proprio partner», spiega Cesare Taccani specialista in Medicina della riproduzione del centro ProCrea.
[easy_ad_inject_1]Non è però un passaggio semplice e automatico: «Il programma di ovodonazione deve essere avviato solamente dopo aver effettuato approfonditi esami e aver diagnosticato evidenti problemi irrisolvibili in altro modo. Si indica l’ovodonazione in situazioni di esaurimento della funzione ovarica, di menopausa precoce fisiologica oppure di menopausa chirurgica ovvero indotta dall’asportazione parziale o totale delle ovaie per gravi patologie», afferma Taccani. «Anche nei casi di fallimenti ripetuti con le tecniche di procreazione assistita e nelle donne affette da endometriosi avanzata è bene iniziare a pensare al ricorso ad una donatrice». Non certo ultimo, «nei casi in cui la donna sia affetta da malattie genetiche trasmissibili alla prole, è bene che si faccia un riflessione sull’opportunità o meno di affrontare un percorso con l’ovodonazione per evitare il rischio che i figli possano essere affetti della stessa malattia». In quest’ottica, aggiunge lo specialista di ProCrea, «occorre tenere presente che in età avanzata, ovvero oltre i 40 anni, aumentano le possibilità di alterazioni cromosomiche negli embrioni: questo può dare origine non solamente a problemi nel portare a termine la gravidanza, ma anche a generare figli con gravi malattie».
La scelta della donatrice è un passaggio delicato. «Le donatrici vengono selezionate in modo accurato e sottoposte ad esami specifici: si tiene in considerazione l’età – in media hanno intorno ai 25 anni -, l’anamnesi familiare per verificare la presenza di sindromi ereditarie e la presenza di malattie infettive e genetiche», aggiunge. Al medico spetta il compito di individuare la donatrice specifica per il singolo caso. «Reputiamo importante che tra donatrice e futura mamma ci sia una corrispondenza fisica e ci sia anche un riscontro sotto il profilo del gruppo sanguigno».
Una volta individuata la donatrice, prelevati gli ovuli, si procede con la fecondazione con il seme del partner e al trasferimento degli embrioni ottenuti nell’utero della paziente. Conclude Taccani: «I tassi di successo sono più elevati rispetto alle fecondazioni omologhe, vista soprattutto la giovane età delle donatrici. L’anonimato è garantito sia per la donatrice sia per la mamma”.
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Procreazione assistita e sicurezza, cinque misure per non rischiare la salute
Un trattamento di procreazione assistita è sempre un trattamento medico che, per quanto sia determinato dal grande desiderio di avere un figlio, richiede particolari attenzioni sia del medico, sia paziente. Il centro di medicina della riproduzione ProCrea di Lugano ha indicato cinque misure per garantire ai pazienti la massima sicurezza ed evitare complicazioni.
[easy_ad_inject_1]«Al di là del tipo di percorso che viene individuato, è importante che la paziente sia informata sugli elementi di sicurezza da adottare per limitare l’insorgere di complicanze, anche gravi», spiega Michael Jemec ginecologo e tra i fondatori di ProCrea. «Comprensibilmente le pazienti si concentrano sul momento del transfer dell’embrione, ma questo non è che il punto di approdo di un lavoro iniziato prima e che vede impegnati ginecologi, anestesisti, biologi e gli stessi pazienti».
I momenti più delicati, quelli che possono dare adito a complicazioni sono quelli della stimolazione ormonale e del prelievo ovocitario: vi sono cinque attenzioni da mettere in atto per garantire la sicurezza.
1. La stimolazione ovarica. «Una non corretta stimolazione può dare adito a iperstimolazione con rischio di trombosi e produzione di ovuli di bassa qualità o ipostimolazione quindi non sufficiente a produrre ovuli. Occorre puntare alla via di mezzo, ad una stimolazione normale attraverso un approccio personalizzato», spiega Jemec. «Specifici test diagnostici, come la ricerca di mutazioni dei fattori della coagulazione, permettono di adottare, in caso di mutazioni, delle misure preventive che annullano i rischi». Tra i rischi più noti, c’è la sindrome da iperstimolazione ovarica. «Vi è un aumentato rischio di trombosi, dolori addominali e difficoltà respiratorie, talvolta è necessario il ricovero. Eseguendo test mirati è però possibile individuare le pazienti che possono avere una risposta eccessiva alla stimolazione. Seguendo protocolli adeguati, è possibile comunque arrivare a stimolare l’ovulazione usando però basse dosi di ormoni».
2. L’anestesia. Per il prelievo ovocitario la paziente viene sottoposta ad anestesia. «Importante è intervenire in modo adeguato: essere informati di eventuali allergie per evitare choc anafilattici», premette Peter Lindenberg, anestesista di ProCrea. «Il colloquio conoscitivo è fondamentale. Praticando la cosiddetta sedoanalgesia, ovvero abbinando alla sedazione profonda una riduzione dello stimolo doloroso, si riducono molto i rischi di complicanze».
3. Il periodo di osservazione. «È un momento fondamentale per verificare che durante l’intervento di prelievo ovocitario non siano stati lesi dei tessuti dando così origine a un’emorragia interna. Almeno mezz’ora di riposo dopo il risveglio all’interno del quartiere operatorio oltre a 4 ore di osservazione sono tempi che permettono di verificare che la procedura si è svolta correttamente. È importante che la paziente segua le terapie indicate nella lettera di dimissioni», osserva Lindenberg.
4. La struttura. «Operare all’interno di una struttura attrezzata e a norma è fondamentale per ridurre il rischio di complicazioni», continua Jemec. «L’intervento deve essere fatto in una sala operatoria vera e propria, cioè completa di tutte le apparecchiature necessarie per effettuare interventi chirurgici con personale qualificato».
5. Non certo ultimo, lo stato di salute della paziente. Perché anche alla paziente viene chiesto di adottare delle misure di sicurezza. «Smettere di fumare ed avere un’alimentazione normale sono accorgimenti fondamentali». Conclude Jemec: «Fumo e obesità sono infatti nemici della fertilità e della gravidanza: oltre a comportare una diminuzione della capacità fertile, possono creare problemi durante la gravidanza come aborti e parti prematuri. Raggiungere il normopeso prima del concepimento rappresenta una misura preventiva molto importante».
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Procreazione assistita, la Svizzera apre alla diagnosi preimpianto
«Si apre una sfida tutta nuova che permetterà di tutelare maggiormente la salute della donna e del bambino e di migliorare i successi delle terapie. Da oggi possiamo mettere in pratica tutto il potenziale di conoscenza nella diagnostica di genetica molecolare sul quale abbiamo investito molto con anni di ricerca scientifica».
[easy_ad_inject_1]Così il centro di medicina della riproduzione ProCrea di Lugano commenta il risultato del referendum svizzero sulla modifica dell’articolo 119 della Costituzione federale che si è svolto domenica 14 giugno. Dopo il Consiglio federale e il Parlamento elvetico, anche i cittadini hanno detto sì alla diagnosi preimpianto (DPI).
«La medicina della procreazione volta pagina», osserva Michael Jemec, tra i fondatori di ProCrea e specialista in medicina della riproduzione. «Il risultato della consultazione popolare rappresenta un passo in avanti della scienza a tutela della vita. Le conoscenze e competenze acquisite da ProCrea nella genetica molecolare in anni di studi e ricerche possono trovare una concreta applicazione. La possibilità di effettuare la diagnosi preimpianto sugli embrioni rappresenta innanzitutto una garanzia per le coppie affette da malattie genetiche importanti e per quanti non riescono ad avere figli in modo spontaneo; non certo secondo è il fatto che vi è uno strumento in più per migliorare i successi delle terapie. L’atteggiamento di apertura dimostrato dalla Svizzera è di stimolo per l’intero mondo scientifico affinché possa essere ampliata la conoscenza in campo genetico».
ProCrea, che ha al suo interno un laboratorio di genetica molecolare, è un centro che fa della ricerca un punto di forza. «Le scoperte che vengono fatte in questo campo non vogliono rappresentare un elemento per introdurre delle discriminazioni e neppure per arrivare a determinare prima le caratteristiche del proprio figlio, ma sono uno strumento diagnostico per migliorare le condizioni di salute», aggiunge Jemec.
È alla salute che la modifica dell’articolo 119 guarda. Infatti con l’abrogazione del divieto di diagnosi preimpianto, vengono introdotte anche altre significative migliorie. «L’aumento del numero di embrioni prodotti per ogni ciclo di trattamento da un massimo di tre a un massimo di 12 per tutti i procedimenti di fecondazione assistita -anche per ridurre al minimo parti plurigemellari- e l’abrogazione del divieto di crioconservazione degli embrioni rappresentano dei passi importanti per la salute della donna e per la salute del nascituro», conclude Jemec.
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Fecondazione eterologa. Primo intervento al Careggi
Primo intervento in ospedale di fecondazione eterologa dopo la sentenza della Corte Costituzionale dell’aprile scorso.
Il primo intervento di Procreazione medicalmente assistita (PMA) eterologa è stato eseguito nell’ospedale Careggi di Firenze, con gameti maschili acquisiti in una banca del seme europea.
Si tratta del primo caso in Italia in una struttura pubblica.
Maria Teresa Mechi, direttrice sanitaria dell’ospedale Careggi spiega “E’ un trattamento che dura pochissimo e non cruento, praticato in day ospital” e annuncia che nei prossimi giorni sarà eseguito un nuovo trattamento su una seconda coppia con gameti di un diverso donatore.Cos’è la PMA? Per Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) si intende l’insieme di tutti quei trattamenti per aiutare il concepimento in tutte le coppie, laddove questo non possa riuscire spontaneamente. Queste tecniche intervengono nel migliorare la fertilità di soggetti nei quali i gameti, sia femminili (ovociti) che maschili (spermatozoi), vengono trattati al fine di determinare il concepimento.
Che differenza c’è tra omologa e eterologa? Nell’omologa i gameti (ovociti e spermatozoi) sono della coppia. Nell’eterologa per uno dei due, o anche per entrambi, si usa un donatore (o una donatrice).
Sul sito dell’ospedale Careggi sono pubblicate sia le informazioni per la coppia, sia quelle per il donatore di gameti. Per maggiori informazioni di seguito il link per accedere alla sezione della fecondazione eterologa dell’Ospedale Careggi dove sono indicati anche i recapiti e i numeri di telefono e i riferimenti a cui rivolgersi.
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Turismo procreativo: due coppie italiane su tre continuano a preferire l’estero per la fecondazione assistita
Milano, 12 giugno 2014 – Nove anni dopo i referendum sulla fecondazione assistita, il divieto di fecondazione eterologa è stato smantellato dalla magistratura. Proprio come chiedeva il fronte referendario, battuto nel 2005 alla prova delle urne, dallo scorso 9 aprile nessuna legge dello Stato italiano può più vietare alle coppie il ricorso alla fecondazione eterologa. Sarebbero circa 9.000 le coppie italiane, fra quelle in lista d’attesa all’estero e quelle che hanno semplicemente espresso il desiderio di tentare quella strada, pronte a intraprendere il percorso, come riportato da una recente indagine di Cecos Italia. (altro…)

