Teatro Milano. All’Elfo Puccini “Pa’” regia Marco Tullio Giordana con Luigi Lo Cascio

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29 novembre > 4 dicembre | Elfo Puccini, sala Shakespeare – Pa’ – drammaturgia Marco Tullio Giordana, Luigi Lo Cascio da testi di Pier Paolo Pasolini – regia Marco Tullio Giordana con Luigi Lo Cascio – costumi Francesca Livia Sartori – scene e luci Giovanni Carluccio – musiche Andrea Rocca – sound Andrea Lambertucci – produzione TSV – Teatro Nazionale – Prima nazionale: 17 novembre, Teatro Goldoni, Venezia – Repliche: 18/20 dicembre, Teatro Verdi, Padova

Quanto attuale rimarrà Pasolini anche dopo questo centenario? Cosa di lui sarà ancora vivo e cosa ingiallito? Marco Tullio Giordana e Luigi Lo Cascio cercano una risposta a questa domanda. Una cernita nell’ immenso opus pasoliniano che non ha certo l’ambizione di dire tutto né fornire il quadro nemmeno abbozzato, ma di scegliere quanto per loro c’è di indispensabile, al punto da riassumerlo nel vocativo con cui lo chiamavano i ragazzi: «a Pa’», per invitarlo a tirare due calci di pallone o chiedergli di fare una comparsata in un film.

Tra i Maestri che il secolo scorso ha conosciuto, Pasolini emerge non tanto per la continua vigilanza sui temi del giorno, quanto per la passione e l’imprevedibilità nel trattarli. Più che la desolata rappresentazione dell’Italia che non c’è più, ciò che nella visione di Giordana e Lo Cascio colpisce oggi è quanto fosse per lui necessario consumarsi e mettersi a repentaglio, addirittura “fisicamente”, per poterla decifrare e descrivere. Qualcosa che non riguarda solo l’intelligenza pura, ma il corpo. La carne, il sangue. Lo spettacolo cerca di dar conto proprio di questa sua disperata attualità.

Note di regia

Saremo in molti a chiederci, anche dopo il centenario dalla nascita, quanto attuale rimarrà Pasolini, cosa di lui sarà ancora vivo e cosa ingiallito, cosa ancora portabile e cosa riporre nell’armadio in attesa di tornare in auge come modernariato. Non so dare a questa domanda una risposta se non con questo spettacolo ordito insieme a Luigi Lo Cascio, da tanti anni prediletto compagno di ventura. Si tratta di una cernita nell’opus pasoliniano immenso che non ha certo l’ambizione di dire tutto né fornire il quadro nemmeno abbozzato, ma di scegliere cosa abbiamo scoperto per noi di indispensabile, al punto da riassumerlo nel vocativo con cui lo chiamavano i ragazzi: a Pa’, per invitarlo a tirare due calci di pallone o chiedergli la comparsata in un film.

Io sono stato uno di quei ragazzi, un contemporaneo, uno che avrebbe potuto averlo a portata di mano se non l’avesse considerato un maestro irraggiungibile. Insieme a lui ce n’erano altri – solo in Italia vengono in mente Sciascia, Calvino, Bobbio, Moravia, Eco e tante altre leggendarie figure – ma Pasolini era di gran lunga il preferito. Non tanto per l’assidua vigilanza sui temi del giorno, quanto per la passione e l’imprevedibilità nel trattarli. Senza contare il Cinema, senza contare la Poesia, dove ritrovavo le stesse provocazioni, gli stessi stimoli, ma come se tutto fosse stato risolto in una Forma e apparisse perciò meno doloroso, meno disperato di quanto trapelava negli articoli o nella prosa militante. Quanta rabbia in lui a scrivere, quanta in noi a leggerlo, strana la sensazione di intimità e irritazione, come davanti a un fratello maggiore infinitamente dotato, amatissimo e indisponente. Dopo il suo assassinio non mi sono mai chiesto cosa restasse di lui, mentre me lo chiedevo sempre per i suoi detrattori. La perdita di una formidabile e autorevolissima figura pubblica era sotto i nostri occhi, pazienza per quelli che non l’hanno capito al volo. Per molti fu necessario aspettare l’avverarsi delle “profezie”, il giungere puntuale di ciò che aveva visto da lontano. Ma Pasolini non voleva essere profeta: il suo era un grido di battaglia che bisognava raccogliere per fronteggiare il declino anziché trattarlo come un visionario jettatore. Più che la desolata rappresentazione dell’Italia che non c’è più, mi colpisce oggi quanto fosse per lui necessario consumarsi e mettersi a repentaglio, addirittura fisicamente, per poter decifrare e descrivere il suo Paese. Qualcosa che non riguarda solo l’intelligenza ma il corpo, la carne, il sangue. Questo spettacolo cerca di dar conto proprio di questa disperata attualità, senza preoccuparsi troppo di apparire parziale o arbitrario. D’altra parte ognuno ha il suo Pasolini, com’è giusto che sia, e questo non è che il nostro. Anzi il “suo”, perché non c’è parola, virgola, capoverso che non provenga dalla sua opera tanto che potremmo definirlo un’autobiografia in versi.

Marco Tullio Giordana


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