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SIMA e Cattedra UNESCO: “Riaprire gli ospedali dismessi e quelli militari, tutelare e testare i sanitari, ripensare il modello della nostra Sanità”

Milano, 27 Marzo 2020 – Riaprire senza indugio tutti gli ospedali chiusi negli ultimi anni per i piani di riordino delle Sanità regionali e approntare gli ospedali militari – anche quelli da campo – con percorsi differenziati, specificamente dedicati al Covid-19, mobilitando i medici e gli infermieri che a qualsiasi titolo prestano servizio nelle varie articolazioni della Sanità italiana: dagli ambulatori distrettuali alla medicina generale, fino ad acquisire la disponibilità volontaria dei camici bianchi in pensione tramite gli Ordini professionali.

Questa la proposta appena pubblicata su The Lancet EClinicalMedicine (https://www.thelancet.com/journals/eclinm/onlineFirst) dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) e da Cattedra UNESCO “Educazione alla salute e sviluppo sostenibile”, a firma del professor Alessandro Miani, dottor Ernesto Burgio, professor Renato Lauro, dottor Prisco Piscitelli e della professoressa Annamaria Colao.

Queste proposte sono state evidenziate in un documento di sintesi pubblicato da SIMA con la Cattedra UNESCO e possono rappresentare un modello prezioso da adottare non solo in Italia ma anche in altri Paesi a livello europeo e internazionale. È per questo che oggi stesso saranno portate all’attenzione di Fernando Simòn, il medico che coordina la risposta all’epidemia dilagante in queste ore in Spagna”, precisa Annamaria Colao, titolare della Cattedra UNESCO del Policlinico Federico II.

Per Alessandro Miani, Presidente SIMA: “E’ indifferibile dotare tutti i medici di famiglia ed ospedalieri, ma più in generale tutti gli operatori sanitari, di adeguati dispositivi di protezione individuale, dalle mascherine FFP2 in numero sufficiente ai camici monouso con cappuccio omologati per rischio biologico. Il personale sanitario, infatti, non può affrontare questa emergenza a mani nude o con dispositivi di protezione centellinati. Ciò è probabilmente dovuto all’elevato numero dei sanitari contagiati in Italia, molto superiore al dato cinese. A nostro avviso è essenziale sottoporre al tampone in modo sistematico almeno gli operatori sanitari nel pubblico e nel privato ma anche nelle strutture di lungodegenza o RSA, almeno quelli che presentano una qualsiasi anche sfumata sintomatologia o hanno avuto contatti con casi sospetti o confermati.  Il gap del ritardo di 48 ore necessarie per i risultati del tampone dovrebbe essere recuperato abbinando uno dei test a risposta rapida in grado di identificare con certezza tutti i negativi, test già approvati dalla FDA americana e dal nostro Ministero della Salute. Questa soluzione permetterà non solo di proteggere adeguatamente sanitari e pazienti dal Coronavirus, ma anche di continuare a svolgere tutte le altre visite e prestazioni urgenti non legate al COVID-19 che comunque vanno garantite, così come le prestazioni socio-sanitarie per quei soggetti fragili e i loro familiari che oggi sono in grande sofferenza: in particolare, i bambini autistici, i malati psichiatrici e i pazienti affetti da SLA, neoplasie in fase terminale o altre patologie cronico-degenerative in cui è fondamentale l’assistenza domiciliare o l’attività dei centri diurni”. 

Nel moltiplicarsi delle informazioni, che rischiano di creare situazioni confuse – continua Miani – gli autori dell’articolo sottolineano la necessità di affidare ad una sola persona – preferibilmente un rispettato medico – da parte del Governo l’incarico di tutte le comunicazioni sanitarie ufficiali su base quotidiana, come accade in Spagna con la persona carismatica del dottor Fernando Simòn. A nostro avviso, il candidato ideale potrebbe essere il neo inviato apicale dell’OMS a Roma, il dottor Ranieri Guerra, vice di Tedros Ghebreyesus, già stimatissimo Direttore del Dipartimento per la Prevenzione Sanitaria del nostro Ministero della Salute”. 

Più in generale – afferma Ernesto Burgio, Presidente del Comitato Scientifico SIMA – in attesa di vaccini o immunoprofilassi efficaci contro COVID-19, è necessaria una seria riflessione sul nostro modo di stare al mondo: dobbiamo iniziare a pensare in termini di salute globale e planetaria, secondo schemi in grado di integrare il benessere dell’uomo con quello di animali e piante in un ambiente sano. Solo in questo modo saremo in grado di far fronte alle nuove sfide dei cambiamenti climatici (come l’espansione delle aree malariche e i milioni di morti registrati ogni anno per l’inquinamento atmosferico), all’emergere di nuove zoonosi virali che minacciano la salute umana (ricordiamo che l’HIV, virus mutato dalle scimmie, continua a causare 776.000 vittime ogni anno), alla resistenza agli antibiotici a causa di abusi negli allevamenti di animali e a molte altre questioni importanti che probabilmente affronteremo nel prossimo futuro. In questa prospettiva, possiamo considerare l’emergenza COVID-19 – che evidentemente non ci ha trovato adeguatamente preparati tanto che si è reso necessario sospendere il vivere sociale di intere nazioni – come un avvertimento che ci chiama a una maggiore responsabilità verso noi stessi, il nostro pianeta e tutte le forme di vita”.

Uno spunto su come approntare organizzazioni sanitarie in grado di rispondere alle nuove potenziali sfide delle pandemie è lanciato da Prisco Piscitelli, epidemiologo, docente di economia sanitaria e Vicepresidente SIMA: “Il problema è sotto gli occhi di tutti. I trasferimenti alla Sanità sono passati dal 71 a 114 miliardi dal 2001 al 2019, con l’incremento costante e irreversibile delle disuguaglianze tra le diverse aree del Paese e dei cosiddetti ‘viaggi della speranza’ dal Sud al Nord del Paese. Per non parlare dello smantellamento dei presidi territoriali, iniziato negli anni Settanta privando della personalità giuridica dei piccoli ospedali efficientissimi – e no profit -, fino alla riduzione al lumicino degli investimenti in prevenzione che non superano il 2% dei bilanci delle ASL. Davanti allo scenario epidemico di queste settimane, viene da pensare che non è fuori luogo ricominciare a ragionare su un ritorno a un unico Servizio Sanitario Nazionale in grado di programmare e soddisfare con una visione unitaria i bisogni di salute ordinari degli italiani, oltre che di razionalizzare gli investimenti per un unico piano complessivo delle emergenze sanitarie, che non devono più sorprenderci impreparati, ricostruendo anche a tal fine le articolazioni territoriali della sanità”. 

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