Per quanto tempo è contagioso il COVID? Quello che attualmente la scienza conosce. 

Del Dr. Giovanni Ghirga

Alle persone positive al SARS-CoV-2 si consiglia spesso di isolarsi solo per pochi giorni. Ma stanno aumentando le prove che alcune persone possono continuare a trasmettere il virus molto più a lungo.

Quando nel dicembre scorso i Centri Statunitensi per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) hanno portato a 5 giorni il tempo di isolamento raccomandato per le persone con COVID-19, hanno motivato il cambiamento su basi scientifiche. 

In particolare, i CDC hanno affermato che la maggior parte della trasmissione del SARS-CoV-2 si verifica all’inizio del corso della malattia, da uno a due giorni prima dell’insorgenza dei sintomi e da due a tre giorni dopo.

Molti scienziati allora hanno contestato quella decisione e continuano a farlo. Tale dissenso è rafforzato da una serie di studi che confermano il fatto che molte persone con la COVID-19 rimangono contagiose anche nella seconda settimana dall’inizio dei primi sintomi. Le riduzioni della durata del periodo di isolamento raccomandato – ora comune in tutto il mondo – sembrano essere guidate dalla POLITICA, piuttosto che da nuove prove rassicuranti.

Una ricerca di Barczak, Massachusetts General Hospital, pubblicata su medRxiv, suggerisce che il 25% delle persone che hanno contratto la variante Omicron del SARS-CoV-2, potrebbero essere ancora contagiose dopo otto giorni.

Varianti emergenti, vaccinazioni e una diversa risposta immunitare ad una infezione precedente, possono tutti influenzare la rapidità con cui un individuo riesce ad eliminare il virus”, afferma Meyer, virologo dell’Università di Ginevra in Svizzera.

La maggior parte degli scienziati è d’accordo sul fatto che i test PCR possono dare un risultato positivo anche dopo che un individuo non è più contagioso. Ciò si verifica probabilmente quando i test raccolgono i resti dell’RNA virale non infettivi, lasciati dopo che la maggior parte del virus vivo è stata eliminata.

Al contrario, i test a flusso laterale (antigene rapido) offrono una guida migliore all’infettività poiché rilevano le proteine prodotte dalla replicazione attiva del virus, anche se la loro sensibilità rimane inferiore ai test PCR.

Come interpretare quei casi nei quali un soggetto, risultato negativo al test rapido, per giorni ha ancora febbre e tosse secca? Secondo Bruce, microbiologa e genetista molecolare presso l’Università del Vermont a Burlington, è importante ricordare che, sebbene i sintomi persistenti possano essere importanti, tuttavia, non indicano necessariamente una continua contagiosità (a meno che non si tratti di un falso negativo). Questo perché molti dei sintomi sono causati dal sistema immunitario e non direttamente dal virus.

Una revisione sistematica Cochrane appena pubblicata ha dimostrato che, nelle persone con COVID-19 confermato, i test antigenici hanno identificato correttamente l’infezione da COVID-19 in una media del 73% delle persone con sintomi, rispetto al 55% delle persone senza sintomi. 

C’è un consenso scientifico sul fatto che è molto insolito che le persone rimangano contagiose dopo dieci giorni. Un progetto condotto dal Crick Institute e dall’University College Hospital, entrambi a Londra, basato su test PCR effettuati in oltre 700 partecipanti, ottenuti dal momento in cui si sono sviluppati i sintomi, suggerisce che un numero significativo di persone mantiene una carica virale sufficientemente alta da innescare una successiva infezione nei giorni da sette a dieci, indipendentemente dal tipo di variante o dal numero di dosi di vaccino che i soggetti abbiano ricevuto. 

Yonatan Grad, specialista in malattie infettive presso la Harvard TH Chan School of Public Health di Boston, Massachusetts, concorda sul fatto che dieci giorni siano una regola pratica utile per indicare quando le persone non dovrebbero più essere contagiose. Tuttavia, avverte che un piccolo numero di individui potrebbe ancora essere comunque contagioso. Alcuni di questi casi negli Stati Uniti sono stati collegati al comune farmaco antivirale Paxlovid (nirmatrelvir-ritonavir). “C’è un fenomeno di rimbalzo secondo il quale alcune persone, le quali notano che i loro sintomi sembrano risolversi e potrebbero anche risultare negative a un test rapido, dopo pochi giorni vedono i sintomi ripresentarsi e il test tornare positivo”.

Barczak afferma che questa è una delle domande chiave che i ricercatori stanno ora studiando: “Gli antivirali cambiano la dinamica dei sintomi, cambiano la dinamica della risposta immunitaria e cambiano la dinamica del modo in cui il virus viene eliminato”. 

Di Redazione

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