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Economia

IL GOVERNO INCENTIVA I PRESTITI ALLE PMI. E DIMENTICA IL MARKETPLACE LENDING

A Cura dell’Ufficio Studi di BorsadelCredito.it – Nella legge di bilancio vengono introdotti i PIR: buona l’intenzione ma nella pratica gran parte dell’economia reale sarà lasciata fuori

Si chiamano piani individuali di risparmio a lungo termine, PIR per gli addetti ai lavori, e sono stati introdotti nella legge di bilancio 2017. Una novità a cui le società del risparmio gestito si preparano da tempo e che in generale, in quel mondo, è stata salutata con entusiasmo.

Di cosa si tratta e cosa c’entra con il social lending? Allora, innanzitutto, la definizione: il piano di risparmio a lungo termine è un “contenitore fiscale” in cui i risparmiatori possono mettere qualsiasi strumento finanziario (quindi il contenitore è un Oicr, una gestione patrimoniale, un contratto di assicurazione, un deposito titoli in cui finiscono azioni, obbligazioni, derivati) oltre a liquidità, rispettando alcuni vincoli.

I vincoli riguardano innanzitutto la composizione del paniere: i PIR italiani dovranno essere investiti per almeno il 70% in strumenti finanziari, sostanzialmente azioni o obbligazioni, di aziende italiane quotate. Il 21% del portafoglio totale – o il 30% del 70% dedicato alle imprese – deve essere composto da società non presenti nel Ftse-Mib, cioè il listino principale di Piazza Affari che conta le 40 maggiori società italiane.

La ratio è far affluire il denaro su aziende anche medio-piccole, quelle quotate sui listini secondari come lo Star o alternativi come Aim, per esempio. Perché potrebbe essere importante per il peer to peer? Perché quantomeno stabilisce un cambiamento di mentalità e una presa di coscienza: investire nell’economia reale è un bene sia per il Paese, la cui economia si fonda per il 99% su un scheletro produttivo di PMI, sia per l’investitore che ha accesso a un portafoglio maggiormente diversificato – su asset peraltro prima irraggiungibili con gli strumenti tradizionali a disposizione – e a rendimenti più interessanti, rispetto a quelli appiattiti di bond e affini.

Ed è interessante che il trasferimento all’economia reale coinvolga – solo però nelle intenzioni – le società con la maggiore necessità di finanza e la più elevata difficoltà di accesso ai prestiti bancari.

Sole nelle intenzioni perché nella pratica molto difficilmente le case d’affari che struttureranno i Pir andranno a pescare strumenti finanziari all’interno dell’universo delle micro e piccole imprese. E dunque l’azione escluderà i milioni di PMI che rappresentano invece la vera economia reale.

Le società italiane quotate sono davvero una parte infima della nostra industria – basti pensare che le quotate sul listino italiano sono nell’ordine delle 300 di circa 6 milioni di realtà operanti sul territorio. E comunque la Borsa italiana è la meno densa in Europa: ha meno della metà delle quotate tedesche, un terzo di quelle francesi un decimo di quelle della Borsa di Londra, con cui Piazza Affari è pure fusa, per ironia della sorte. I PIR tengono fuori milioni di rappresentanti dell’economia reale, altro che incentivarla. Sono quindi come il classico “salvagente per le foche”.

Però ricevono un premio in termini di incentivi fiscali concessi a chi ne compra le quote: il risparmiatore, per cinque anni e per un tetto di 30mila annui ha diritto all’esenzione da tassazione dei redditi generati dall’investimento (normalmente pari al 26%), a patto che lo strumento sia detenuto in portafoglio per almeno 5 anni. In caso di estinzione anticipata delle quote le tasse sono dovute. E sono dovute anche se non si rispettano gli altri vincoli, ovvero il vincolo di concentrazione e quello di detenzione. Il primo prevede che il patrimonio non possa essere investito per una quota superiore al 10% in strumenti finanziari emessi dal medesimo emittente, per garantire diversificazione e distribuire il rischio. Il vincolo di detenzione – quello dei cinque anni – serve a garantire alle imprese continuità della linea di liquidità e a evitare speculazioni.

Almeno in superficie, si tratta di caratteristiche molto simili – eccezion fatta per le dimensioni delle imprese, che nel caso del p2p italiano sono micro e non piccole o medie – a quelle del social lending: portafogli estremamente diversificati, nessun intento speculativo, investimento nell’economia reale e preferibilmente a lungo termine. La differenza? Eccola, manca alcun tipo di incentivo fiscale per il social lending. E il legislatore conscio che l’economia reale ha bisogno di liquidità dovrebbe iniziare a premiare anche soggetti che stanno fuori dalle banche o dal risparmio gestito e che si prefiggono lo stesso obiettivo o meglio che si rivolgono alla vera economia reale di questo Paese. Al momento, però, preferisce ignorarle.

Informazioni su BorsadelCredito.it

BorsadelCredito.it è il primo operatore italiano di peer to peer lending per le PMI. Specializzata nel credito alle micro,
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La start-up fintech è nata nell’ottobre 2013 come piattaforma digitale di brokeraggio per il credito alle aziende, aprendo nel settembre 2015 il canale del P2P lending come primo operatore per le aziende in Italia, in qualità di Istituto di pagamento autorizzato da Banca d’Italia, e ricevendo a dicembre 2015 un finanziamento da 1 mln di euro dal fondo di venture capital P101. BorsadelCredito.it è gestita da un gruppo societario, la cui Holding è la Business Innovation Lab Srl, che controlla al 100% altre due società: Mo.Net S.p.a. con socio unico (società iscritta all’albo degli istituti di pagamento ex art. 114 septies del T.U.B con il codice 36058.6), la società del gruppo autorizzata a svolgere i servizi del p2p lending, attraverso cui gli utenti possono prestarsi il denaro e restituirlo a rate; e Crenway S.r.l. con socio unico (società di mediazione creditizia, Iscritta all’Elenco Mediatori Creditizi presso OAM con il n° M252) tramite cui BorsadelCredito.it può presentare alle sue aziende clienti le offerte delle banche partner.

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