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GAM: Mercati, come affrontare le incognite del 2023

Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR
Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR
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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR

Il Financial Times di pochi giorni fa ammetteva di aver clamorosamente sbagliato, nel gennaio 2022, la previsione che Putin non avrebbe invaso l’Ucraina. Una ammissione scritta all’inizio del paginone con le previsioni su cosa accadrà nel 2023.

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Le previsioni sono sempre fallaci ma rinunciare a vaticinare il futuro non significa rinunciare a ragionare sullo scenario: il lungo periodo di bassa inflazione, bassi tassi di interesse e bassa volatilità che ha fatto seguito alla Grande Crisi Finanziaria è consegnato alla storia. Il 2022 è stato l’anno della cesura, le parole di Jerome Powell del 30 novembre 2021, quando dichiarò al Congresso la fine della lunga fase del denaro quasi gratis, sono state calate nella realtà dei fatti. Anche troppo brutalmente: per i mercati finanziari il 2022 è stato il peggior anno dalla Grande Crisi Finanziaria. Sotto la spinta di inflazione, tassi in aumento, guerra e crisi energetica la capitalizzazione delle borse mondiali è diminuita di venticinque trilioni di dollari e non è andata meglio nei mercati obbligazionari, il Treasury americano a dieci anni è balzato da 1,5% al 4%, la disfatta delle obbligazioni è la parte più dolorosa di un anno complicato.

Il 2022 è stato anche l’anno degli errori, le banche centrali hanno riconosciuto in ritardo le caratteristiche di persistenza negli shock dell’offerta, hanno opacizzato la loro credibilità e perso molto denaro: l’aumento dei rendimenti e la valorizzazione mark-to-market delle obbligazioni acquistate in questi anni costituisce una perdita secca nei loro bilanci.

La velocità del cambio di direzione ha mostrato anche la vulnerabilità del sistema finanziario, la crisi di governo in Gran Bretagna ha rivelato ad esempio i livelli della leva finanziaria del sistema pensionistico britannico.

Le dinamiche che hanno segnato il 2022 proseguiranno in questo avvio del 2023: inflazione, tassi di interesse, dubbi sulla crescita, iper-incertezza. Ma l’avvio dell’anno nei mercati finanziari è sotto il segno dell’ottimismo grazie al calo dei prezzi del gas e dell’inflazione. Nell’Eurozona l’inflazione di dicembre è tornata a una sola cifra e le borse europee hanno messo a segno la miglior performance nella settimana di apertura dell’anno dal 2009.

Non mancano i segnali contraddittori. Nei verbali della riunione di dicembre della banca centrale americana si legge la diffidenza verso i rally di borsa: “un allentamento ingiustificato delle condizioni finanziarie, soprattutto se guidato da un’errata percezione da parte del pubblico della funzione di reazione del Comitato, complicherebbe lo sforzo del Comitato di ripristinare la stabilità dei prezzi”.

Tradotto in italiano semplice, i membri del FOMC temono che i rialzi dei listini si traducano in “effetto ricchezza”, ovvero nuovi consumi potenzialmente inflazionistici. Se proseguisse l’ottimismo nei mercati azionari, magari corroborato da notizie che confermino il rallentamento dell’economia, la Fed potrebbe portare a oltre il 5-5,25% il tasso di arrivo, qualcuno ha osservato che il mandato della banca centrale potrebbe informalmente estendersi, per un po’ di tempo, anche “all’indebolimento del mercato azionario”.

Negli stessi verbali si legge, sempre con libera traduzione, “scordatevi che cambieremo idea e che diminuiremo i tassi nel 2023”. Nei prossimi mesi assisteremo al tiro alla fune tra l’assertività delle banche centrali e i mercati che potrebbero voler vedere il bluff.

Nello scenario del 2023 c’è la novità dell’apertura dell’economia cinese. Sotto la pressione dei dati di crescita insoddisfacenti, il governo di Pechino ha abbandonato le misure “zero Covid” ma l’alternativa del diavolo tra crescita economica e salute pubblica si sta manifestando in tutta la sua drammaticità.

Cautela dunque prima di festeggiare, l’estensione dei contagi mette ancora a repentaglio l’efficienza nelle fabbriche e nei porti, la pressione dell’emergenza sanitaria potrebbe costringere il governo cinese a rivedere le modalità delle riaperture.

Come una Befana maligna, il nuovo anno porta con sé il suo fardello di inquietudini che incrinano la fiducia e alimentano la volatilità.

“Benvenuti nel mondo delle policrisi”, scriveva poche settimane fa lo storico Adam Tooze in un editoriale dedicato a un mondo ancora lontano dall’assestamento e segnato da molteplici focolai di tensione: al conflitto in Ucraina e alla competizione per l’egemonia globale si affiancano la questione energetica, indissolubilmente collegata alla sostenibilità ambientale, le tre sfide dell’Europa su sicurezza militare, indipendenza energetica e crescita economica, poi naturalmente ci sono l’inflazione e i tassi d’interesse, la questione dell’assetto monetario globale, le trasformazioni del sistema economico.

La paternità del termine “policrisi” è di Edgar Morin e Anne Brigitte Kern, che la utilizzarono nel 1999 nella loro descrizione di “crisi intrecciate e sovrapposte” che rappresentavano la “complessa interconnessione di problemi, antagonismi, crisi, processi incontrollati con la crisi generale del pianeta”.

Tra le molteplici fonti di incertezza almeno tre richiederanno l’attenzione degli investitori:

–               Nessuno può prevedere come evolveranno le “policrisi”, la posta in gioco nel conflitto ucraino supera la disputa territoriale e per quanto appaia lontana, tutti ci auguriamo che il 2023 sia l’anno della pace. In ogni caso, anche quando termineranno i combattimenti, è probabile che seguirà una guerra fredda gravida di incognite;

–               La riorganizzazione delle catene del valore non sarà semplice: non sarà agevole sostituire in breve tempo e con efficienza le economie di scala e l’esperienza della manifattura cinese. La priorità del governo cinese è la gestione dell’emergenza sanitaria mentre in politica estera è impensabile qualcosa di diverso dalla ricerca di una convivenza pacifica tra Stati Uniti e Cina;

–               Le banche centrali rimarranno “centrali” anche nelle analisi economiche e finanziarie, in gioco non solo la determinazione a stroncare l’inflazione ma anche la loro credibilità nella gestione (più) accorta della “forward guidance”; il 2022 non è stato un buon anno per la reputazione e la capacità di comunicare dei banchieri di Washington e Francoforte.

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