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Dolore cronico: in Italia solo il 4% di chi ne soffre segue una terapia continuativa con oppioidi

Palma (Maiorca), 13 maggio 2015 – Solo il 17% degli italiani che hanno ricevuto una o più prescrizioni di farmaci oppioidi, per il trattamento del dolore, segue di fatto una terapia cronica; il dosaggio medio giornaliero di questi medicinali, nei pazienti non oncologici, è ancora la metà rispetto a quello registrato negli altri Paesi europei; in più del 30% dei casi la dose iniziale nei mesi rimane invariata o, addirittura, subisce un decremento.

Questi i trend delle prescrizioni di oppioidi nel 2013 in Italia, ottenuti da un’analisi dei dati forniti dall’Ufficio III della Direzione Generale del Sistema Informativo del Ministero della Salute. Numeri ufficiali che fanno chiarezza circa i presunti rischi di dipendenza o di abuso correlati all’impiego di queste sostanze nel nostro Paese. Lo studio è stato presentato durante il pre-congress Mundipharma, nell’ambito del World Medicine Park, forum internazionale dedicato alle scienze mediche, giunto quest’anno alla sua seconda edizione in corso a Maiorca.

[easy_ad_inject_1]Sul totale dei 2.520.000 pazienti che hanno ricevuto almeno una ricetta per l’assunzione di analgesici oppioidi nel 2013, solo 422.000, meno del 17%, hanno seguito un trattamento cronico[1]. Tutti gli altri, 2.098.000, circa l’83%, hanno fatto un uso sporadico di questi farmaci. Il dosaggio medio giornaliero di oppioidi (espresso in mg equivalenti di morfina), è risultato, nei pazienti oncologici, di 80 mg/die, in linea con i valori del resto d’Europa e con i dati di letteratura, in quelli non oncologici, di 30 mg/die, la metà del valore su cui si attestano gli altri Paesi del Vecchio Continente (60 mg/die).

Sul fronte dell’incremento posologico, inoltre, escludendo dall’analisi i primi 3 mesi di trattamento (la cosiddetta titolazione, il graduale aggiustamento della dose di un farmaco fino all’ottenimento dell’effetto terapeutico desiderato), più del 30% dei pazienti ha visto invariato il proprio dosaggio o ha subito un decremento e il 29% ha avuto un aumento, mese su mese, non superiore al 10%.

“Mentre solitamente abbiamo dati che forniscono un’istantanea del consumo di farmaci, con quest’analisi abbiamo cercato di passare dalla fotografia al film, osservando cosa accade nell’arco di un anno solare a una coorte di pazienti”, spiega Luca Miceli, autore dello studio e Dirigente medico presso la Clinica di Anestesia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Udine, diretta dal professor Giorgio Della Rocca. “Su oltre 9 milioni di ricette, divise tra 2 milioni e mezzo di utenti, abbiamo rilevato solo 422.000 pazienti cronici, di cui 370.000 non oncologici. Sui 12 milioni di italiani che, secondo i dati di letteratura, soffrono di dolore cronico benigno, solo il 4% risulta di fatto in trattamento continuativo con oppioidi. Stessa percentuale si riscontra anche sul fronte del dolore oncologico. I dati ci restituiscono un quadro sconfortante, che testimonia, più che l’abuso, il sottoimpiego di questi farmaci”.

Nonostante i dati smentiscano oggettivamente timori e allarmi circa il rischio di abuso dei farmaci oppioidi nel nostro Paese, il dibattito sul tema rimane ancora acceso, mentre passa sotto silenzio il problema della mancanza di accesso alle cure antalgiche per molti pazienti.

“Il 17% della popolazione mondiale risiede negli Stati Uniti e in Canada, dove avviene il 92% del consumo globale di oppioidi e derivati della morfina”, illustra Guido Fanelli, Presidente della Commissione ministeriale per l’attuazione della Legge 38. “Il consumo medio procapite di questi farmaci è pari a 800 mg di equivalenti in morfina nella popolazione statunitense, 0,64 mg nei Paesi dell’Africa sub-sahariana, 2 mg in Italia. Il rischio che abbiamo a livello internazione è la double failure: se fossimo troppo restrittivi nel contenere l’uso degli oppioidi, rischieremmo di impedirne l’accesso alla stragrande maggioranza dei Paesi del mondo; all’estremo opposto, con la carenza di attenzione si rischierebbe l’abuso che si sta verificando negli Stati Uniti. In Italia abbiamo livelli di consumo bassi, come confermato anche da questa recente analisi. Dobbiamo, quindi, continuare a crescere in maniera appropriata e regolamentata”.

“Più dell’80% della popolazione mondiale oggi non può accedere in modo adeguato alle sostanze narcotiche per la terapia del dolore”, commenta Gilberto Gerra, dell’Ufficio ONU contro la Droga e il Crimine (UNODC), tra i relatori del World Medicine Park. “Ogni anno oltre 5 milioni di pazienti oncologici terminali non ricevono alcun trattamento che lenisca la loro sofferenza. Un gran numero di barriere legali, economiche e culturali ha reso questi farmaci indisponibili in molti Paesi e, in contrasto, la mancanza di regole e di stretto monitoraggio ha favorito l’abuso e l’uso ‘non medico’ in altre aree del mondo, come negli Stati Uniti. A livello globale, tuttavia, il vero problema resta il mancato diritto ad una efficace risposta al dolore, come parte del diritto alla salute. Pur nella necessità di vigilare per la prevenzione dei fenomeni di abuso e illegalità, occorre ribadire l’utilità di queste sostanze che sono medicine essenziali per alleviare il dolore secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità e presidi farmacologici indispensabili secondo le Convenzioni Internazionali”.

E proprio per far fronte ai fenomeni di uso improprio che si sono verificati negli Stati Uniti, la Food and Drug Administration ha recentemente pubblicato una guida rivolta alle aziende farmaceutiche, invitandole a sviluppare oppiacei con proprietà abuso-deterrenti, che funzionino efficacemente quando assunti secondo le prescrizioni mediche, ma che allo stesso tempo siano in grado di scoraggiare l’abuso. Si tratta, ad esempio, di formulazioni che rendano complicata la possibilità di inalare o di iniettare la sostanza, per ottenere un effetto più intenso. A questo proposito Mundipharma, da sempre impegnata nella ricerca di soluzioni terapeutiche utili nel migliorare la qualità di vita dei pazienti, ha già sviluppato prodotti che rispondono proprio ai requisiti richiesti dall’Agenzia regolatoria americana, come compresse crush-resistant che non possono essere frantumate o formulazioni che, associando l’oppioide al suo agonista, rendono il farmaco non attraente per un uso non clinico.

[1] Nel corso dell’anno hanno avuto una prescrizione per almeno 3 mesi consecutivi o per almeno 6 mesi anche non consecutivi.

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