
Una notizia curiosa arriva da New York, riportata questa mattina su "Pcworld"; un ragazzo, Rodney Bradford, accusato di aver commesso una rapina, sarebbe stato assolto grazie ad un alibi "virtuale", potremmo dire, ossia un messaggio lasciato sul famoso social network Facebook.
"Dove sono i miei pancake?", questa la frase scritta sul suo profilo, dal suo computer e in casa sua; elementi fondamentali che gli hanno permesso di essere scagionato dall'accusa di furto in un appartamento di Brooklyn. E' la prima volta che iin un processo si accetti un alibi simile.
Odore di imbroglio? Mmm...Sul New York Times si legge il pensiero di Joseph A. Pollini, docente di Giustizia Criminale al John Jay College "gli adolescenti sono molto esperti nell'uso di internet"; chi usa Facebook sa che per accedere al proprio profilo bisogna conoscere i dati d'accesso e poi via ad aggiornare pagine, chattare con gli amici e tutto il resto.
Alibi giudicato con troppa facilità? Ricordate invece quel ladro che, entrato in casa per rubare, si era fatto tentate dal pc aperto e si era collegato a Facebook? Qui il caso è l'inverso, ma Facebook c'entra sempre in qualche modo.
E' giusto dare così peso ad un qualcosa di "virtuale"? Dovremmo stare attenti, perchè a quanto pare, quello che scriviamo sul social network lascia più tracce di quanto possiamo immaginare, nel bene e nel male, non credete?